"Corro sulle orme di mio padre". Gioele Meoni in sella alla Dakar

"Emozionante, ma non voglio creare false aspettative: per me sarà un grande successo finire la corsa". Il figlio del campione al rally in Arabia Saudita. "Mia madre se lo aspettava, vuole che mi prepari al meglio".

"Corro sulle orme di mio padre". Gioele Meoni in sella alla Dakar

"Corro sulle orme di mio padre". Gioele Meoni in sella alla Dakar

AREZZO

C’è una foto di Fabrizio Meoni sul palco della Dakar, all’arrivo, in trionfo per quel successo ottenuto nel 2001 (il primo) che è diventata iconica. Insieme a lui c’è il figlio Gioele che, all’epoca aveva 10 anni, e già sognava di correre con il padre il rally più duro al mondo, come lui stesso ha ammesso. Un sogno che adesso potrà realizzare. Quando la Dakar scatterà il 5 gennaio in Arabia Saudita, dopo 19 anni, farà un certo effetto vedere ancora il cognome Meoni nella lista dei partecipanti.

"Lo scorso fine settimana ho ricevuto la lettera da parte degli organizzatori della Dakar - racconta Gioele - con la quale mi comunicavano la mia partecipazione al rally. Ovviamente ero contento, ma ho voluto attendere qualche giorno prima di rendere pubblica la cosa per via dell’infortunio alla spalla che ho al Rallye du Maroc".

Se lo aspettava?

"Ci speravo e avevo lavorato per questo. Ho partecipato al rally in Marocco proprio per mettermi alla prova, con l’obiettivo di andare alla Dakar. Era la mia prima esperienza in gare come questa e comunque nei primi quattro giorni ho tenuto un buon passo piazzandomi nei primi trenta. Poi c’è stata questa caduta e mi sono lussato la spalla. La sera stessa sono andato a parlare con il direttore tecnico della Dakar che era tra gli organizzatori della corsa in Marocco. Era sorpreso di vedermi perchè secondo lui nonostante la caduta e l’infortunio c’erano i presupposti, avevo dimostrato di poter partecipare alla Dakar".

Quanti messaggi ha ricevuto dopo aver dato questa notizia?

"È stato emozionante. In tanti mi supportano anche senza conoscermi, ma perchè conoscevano mio padre. Lo dico subito per non creare false aspettative: prima il cognome Meoni era nella parte alta della classifica e adesso non sarà così. Sono un esordiente e poi il mio obiettivo è un altro".

Quale?

"Finire la Dakar sarebbe già una grande cosa, nonostante mia moglie Caterina sia molto competitiva - ammette scherzando Gioele - però è veramente tosta e soprattutto io correrò in autonomia, senza meccanico, arraggiandomi, sistemando la moto da solo. Sarà un’esperienza un po’ selvaggia".

È cambiata molto la Dakar dai tempi di suo padre?

"Prima capitava di dormire in tenda, sia piloti ufficiali che non. Oggi c’è chi si può appoggiare su motorhome di un certo livello. Poi anche il contesto dove si corre è diverso: c’è più sabbia e dune, forse è più tecnico rispetto a prima e poi c’è la tecnologia che aiuta nel seguire il percorso".

Come ha detto a sua madre che avrebbe corso la Dakar?

"Se lo aspettava sapendo che quando mi metto in testa una cosa sono determinato a realizzarla. Si è preoccupata semmaia dell’allenamento: avendo visto quando lavorava mio padre, dalle cinque alle sei ore al giorno, si è raccomandata che anche io sia preparato a dovere. Sto lavorando tra palestra, bici, rulli perchè la spalla mi procura qualche fastidio. In moto potrò tornare solo a dicembre, praticamente un mese prima dell’inizio della Dakar. Non sarò al cento per cento, ma ce la metterò tutta".

Anche perchè la sua moto servirà per un fine benefico.

"Ho lanciato una campagna di crowdfunding per aquistare alla fine della Dakar la moto che mi fornirà la Ktm. Poi la metterò all’asta e il ricavato servirà per aiutare la fondazione Fabrizio Meoni onlus per concludere i lavori per una nuova scuola alla periferia di Dakar, in Senegal. Un progetto che aveva lanciato mio padre e che voglio portare avanti".