Amedeo d'Aosta coi figli nella villa di Meliciano
Amedeo d'Aosta coi figli nella villa di Meliciano

Arezzo, 19 gennaio 2018 - "Ho vinto io la guerra del cognome". Lo annuncia in un'intervista esclusiva a Qn-La Nazione il duca Amedeo d'Aosta, aretino d'adozione con villa a Meliciano, nel comune di Castiglion Fibocchi, anche se oggi si divide con Pantelleria, l'isola che ha scelto insieme alla moglie Silvia di Paternò, patronessa della Croce Rossa aretina. La corte d'appello di Firenze, spiega a Italo Cucci, gli ha dato ragione nella contesa che da tempo immemorabile lo divideva dal cugino Vittorio Emanuele che gli aveva fatto causa. Amedeo ha vinto ottenendo il ribaltamento del verdetto che era stato pronunciato proprio ad Arezzo: potrà fregiarsi del cognome Savoia e non solo di quello Savoia-Aosta, firmando come preferisce con l'uno o l'altro cognome. Annullata anche la condanna a pagare 200mila euro di danni insieme al figlio Aimone a Vittorio Emanuele e al suo erede Emanuele Filiberto.

E' un ribaltone clamoroso, che giunge a quasi otto anni dalla sentenza del giudice Danilo Sestini, ora in Cassazione, che gli aveva inibito di firmarsi solo Savoia, a più di dieci anni da quando l'interminabile causa era stata avviata da Vittorio Emanuele e da Emanuele Filiberto nell'ormai lontanissimo 2007. Il figlio dell'ultimo re d'Italia Umberto II, irritatissimo dalla scelta di Amedeo di fregiarsi del cognome Savoia, lo aveva citato in tribunale, nel luogo del convenuto, cioè il Duca. Arezzo appunto dove Amedeo allora risiedeva in pianta stabile, dopo aver venduto ai Ferragamo la tenuta del Borro, appartenuta alla sua famiglia per quasi tutto il XX secolo.

I due cugini, del resto, non si sono mai amati, per dirla con un eufemismo. L'ultimo incontro, al matrimonio dell'attuale re di Spagna Felipe, era finito con due cazzotti mollati da Vittorio Emanuele sulla faccia di Amedeo, con l'allora regina di Spagna Sofia che esterefatta si era rivolta ai due: nunca mas. Mai più, come lo stesso duca aveva spiritosamente raccontato in un'intervista a La Nazione. In precedenza, i due si erano dati reciprocamente dell'allevatore di maiali.

Alle origini delle baruffe non solo l'antipatia personale ma anche la contesa su chi fosse il vero capo di ciò che resta della famiglia reale. Vittorio Emanuele rivendica per sè il ruolo, in quanto figlio di re, Amedeo ribadisce che Umberto prima di morire aveva designato lui, dopo che il cugino si era sposato con Marina Doria, non di sangue reale, perdendo così il diritto al titolo in base alle Regie Patenti.

Il clima rancoroso ideale perché i due rampolli reali si affidassero al giudizio di un giudice della Repubblica che aveva detronizzato entrambi nel 1946. Fu così che la causa finì davanti al tribunale di Arezzo, coinvolti anche due noti avvocati cittadini che difendevano le opposte ragioni insieme a colleghi di fuori: Raffaello Giorgetti per Amedeo, Nicola Madia per Vittorio Emanuele.

Nel 2010, dopo un'estenuante battaglia a colpi di certificati di nascita e documenti dinastici, la prima sentenza del giudice Sestini totalmente avversa al Duca, che pure giocava in casa: inibizione a chiamarsi Savoia, Savoia-Aosta come unico cognome riconosciutogli, addirittura la condanna a pagare 200 mila euro: 50 mila a testa a carico di Amedeo e Aimone in favore di Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto. Una mazzata, anche perchè quasi subito il cugino era passato all'incasso, assistito da Nicola Madia.

Al termine di una certosina ricerca nelle banche cittadine, era stato individuato e pignorato un conto corrente del Duca, addirittura l'ufficiale giudiziario aveva suonato alla porta della villa di Meliciano per un ulteriore pignoramento, ma nessuno aveva risposto. Diatriba interrotta solo dalla sospensiva decisa in corte d'appello. Intanto Amedeo aveva presentato ricorso contro il verdetto di Sestini, ma della causa si erano da anni perse le tracce. Adesso l'annuncio del  duca: stavolta ho vinto io. Anche se non perde il senso del limite: non era una battaglia per chi possa aspirare al trono d'Italia, per quello bisognerebbe che prima ci fosse un trono. Nell'Italia del 2018 nessuno si pone il problema.