Prato, 8 febbraio 2018 - Dopo 17 anni non si è ancora rassegnata alla perdita della figlia, Valentina Fodde (28 anni). Sono passate due archiviazioni disposte da due gip diversi ma la madre, Pietrina Pischedda, va avanti chiedendo a gran voce di fare chiarezza su quella morte che – a suo dire – è avvenuta in circostanze misteriose. «Mia figlia non aveva problemi di depressione, stava andando al lavoro come tutte le mattine quando è scomparsa nel nulla. Dopo un giorno è stata trovata morta sul greto del Bisenzio. Voglio sapere che cosa le è successo», ha gridato per anni la madre senza darsi pace. Ora è riuscita a far valere la sua voce tanto che il gip Francesco Pallini ha accolto l’opposizione all’archiviazione, riaprendo il procedimento e disponendo altri sei mesi di indagini. Una vittoria per Pietrina Pischedda, assistita da Luisa Vitali. «Troppe circostanze non tornano – dice l’avvocato Vitali – come le persone vicine a Valentina che non sono mai state ascoltate durante le indagini. Abbiamo chiesto al gip un’integrazione di indagine. Questa volta vogliamo andare fino in fondo».

Valentina Fodde, originaria di Sassari e madre di un bambino che all’epoca aveva tre anni, fu trovata morta sull’argine del Bisenzio nel gennaio del 2001 all’altezza di via Matteotti. Residente a Firenze, lavorava come estetista a Prato. Prima della sua scomparsa salì su un pullman della Cap per andare a lavoro, come faceva ogni giorno. Al centro estetico, però, non arrivò mai. L’allarme al convivente di Valentina, partì proprio da colleghi e titolari del centro che non la videro arrivare quella mattina. La procura pratese aprì un fascicolo disponendo l’autopsia sul cadavere della donna. Valentina aveva una profonda ferita al cranio e nessun altro segno di violenza evidente. Non aveva nel sangue tracce di droghe o alcol. Il corpo era in un luogo impervio sull’argine del fiume, un punto dove sarebbe stato impossibile arrivare a piedi. La giovane madre si è buttata o qualcuno l’ha spinta facendola precipitare da un’altezza di dieci metri? Il primo pm che si occupò del caso, Paola Belsito, chiese l’archiviazione catalogando il caso come suicidio. Il convivente e alcune amiche avevano dichiarato che la giovane non aveva mai manifestato intenti suicidi anche se nei mesi precedenti al decesso aveva sofferto di spossatezza, paure e allucinazioni (soprattutto nel sonno), come ricorda ora il pm Canovai nella richiesta di archiviazione. All’epoca il gip archiviò ma fu la stessa Belsito a riaprire le indagini qualche anno dopo affidandole alla squadra mobile. Non si arrivò a nessun nuovo risultato e nel 2007 il gip Liguori archiviò per la seconda volta. Le indagini sono state riaperte dal sostituto procuratore Canovai nel 2015 sempre su richiesta del legale della madre di Valentina. Un nuovo buco nell’acqua per le indagini ma, questa volta, è arrivata la svolta: il gip Pallini anziché chiudere il procedimento ha disposto altre indagini rinviando il fascicolo in procura.