La Spezia, 30 dicembre 2017 - «LE sostanze le ho provate tutte, sono la cosa che mi ha fatto stare peggio. La droga non è una scelta di vita, perché pensi sempre di poterla controllare». Carlo (un nome di fantasia) ha 46 anni, ma negli occhi la stanchezza e il disincanto di chi ha già vissuto due o tre vite, e ne ha viste fin troppe. Perché sono stati 46 anni fuori dal comune: droghe, estorsioni, rapine, anni di galera in un numero di carceri che non si conta nemmeno. Senza sosta, senza mai guardarsi indietro, come in un ciclo senza fine. Fino ad arrivare, a dicembre 2015, alla comunità Maris di Pitelli per acciuffare una nuova vita (oggi a portata di mano), sedersi a un tavolo davanti a una penna e a un taccuino, guardarsi alle spalle e riannodare i fili di una esistenza che vale la pena raccontare. Pronti, via: nato a Salerno, a 4 anni Carlo si trasferisce con la famiglia a Genova. Non manca molto al debutto nella “banda dei puffi”, una decina di ragazzini scalmanati, agli ordini del quindicenne “Pierino la peste”, che nella seconda metà degli anni ’80 hanno messo a ferro e fuoco la città. Carlo era uno di loro. «Eravamo matti, fuori di testa – ricorda, con un sorriso appena accennato –. Già a 9 anni facevo furti, estorsioni e rapine con quei ragazzi conosciuti alle scuole elementari». La vita facile, a un passo dall’arresto. Una rapina in gioielleria finisce male e arriva la prima condanna: dentro per 4 anni.

MA SONO le droghe il filo conduttore del primo capitolo della storia di Carlo, come di quelli successivi. «A 13 anni avevo già iniziato a farne uso da un po’: hashish ed eroina. C’era un gruppo di ragazzi più grandi che ‘si faceva’ e per curiosità abbiamo iniziato anche noi». Fosse stato per le sostanze, il finale era già scritto: dopo i primi anni di galera Carlo si dà allo spaccio, ma occupa una piazza sbagliata, prerogativa di altri. «Sono venuti la sera con le pistole – ricorda –, mi hanno buttato su una macchina e mi hanno portato su un monte, a Genova. Volevano ammazzarmi, era già tutto organizzato, c’era già la fossa scavata». Poi, quando il sipario sembrava già calato, il colpo di fortuna: la pistola si inceppa, Carlo fugge e si salva. «Mi è andata bene», riassume oggi. E il carcere? Tenti di giocarti la carta politicamente corretta della “rieducazione della pena”, ma quei due occhi disillusi valgono più di mille parole. «La droga gira anche nelle carceri – racconta Carlo –, sempre, anche se in dosi minime. Cocaina, eroina, di tutto… Rieducazione? Spesso si sta in sei in una stanza di quattro metri quadrati: si vive male, sono posti in cui devi stare attento, essere furbo e non farti mettere i piedi in testa». Ma più delle rapine e dei furti, ancora più dei tormentati anni di galera, nella storia di Carlo il vero nemico sono le droghe: «Quella che ti distrugge di più è l’eroina: è la droga dei poveri, ti scalda il corpo, fa sparire ogni dolore fisico, ma poi dà astinenza vera. A un giovane direi di non iniziare mai, di non provarci nemmeno». Sopra quel sorriso, ecco che negli occhi riemerge la stanchezza. «Ora voglio fare un’altra vita. Sono stanco, stanco di stare male, scappare e nascondermi. Qui mi hanno aiutato tanto: dovrei andare in una casa alloggio, cercherò un lavoro. Penso che ricomincerò da qui». Il finale, in fin dei conti, è ancora tutto da scrivere.