Firenze, 2 febbraio 2018 - Nel suo giro d’Italia, a presentare il suo film «Made in Italy», ieri Ligabue è passato da Firenze. E, nel cinema Fiamma strapieno, si è messo a parlare di cinema, di amore, di vita, di lavoro, di amicizia. Tutte cose che stanno dentro il suo film. «Made in Italy», intanto, è primo al box office nelle sale italiane.

Ligabue, quale è il suo rapporto col cinema?

«Ho fatto cinema, vent’anni fa, perché un matto come Domenico Procacci mi ha convinto che io potevo fare un film. E dopo il secondo film, sedici anni dopo ho trovato lo stesso matto. Io non ‘faccio film’: faccio film solo con Domenico Procacci!», ride. «Made in Italy» arriva sedici anni dopo «Da zero a dieci».

Perché?

«Perché non avevo la storia giusta da raccontare. Io mi sento uno che racconta storie: qualche volta con le canzoni, altre volte con i racconti. Qualche volta con un film. Le storie che ho avuto da raccontare in questi anni chiedevano di essere raccontate con le canzoni. O con i racconti. Sì, mi sarebbe piaciuto portare al cinema la storia di un mio romanzo, ‘La neve se ne frega’. Ma è un romanzo ambientato nel 2016: sarebbe stato un po’ troppo complicato e costoso portarlo sullo schermo».

Così ha scelto di portare al cinema le canzoni di «Made in Italy». In un film che è anche un atto d’amore per l’Italia…

«Sì. Perché questo paese è bellissimo, così come è pieno di cose che mi fanno arrabbiare».

Ha scelto di parlare di due persone «normali», in una provincia italiana come tante.

«Volevo proprio raccontare proprio questo: delle persone normali. Ma nel momento in cui ti avvicini a loro, scopri che di normale non c’è niente. L’unicità di ognuno, di ognuno di noi, è totale. Mi piaceva che Riko e Sara fossero i portavoce della normalità delle persone che in questo paese devono faticare di più».

E’ riuscito anche a far ballare Stefano Accorsi…

«In realtà, quella scena iniziale avrei voluto interpretarla io, ma non potevo. Però ho visto che Stefano cercava di ‘rubarmi’ delle movenze…».

Quanto sente che ci sia di lei nel personaggio di Riko, interpretato da Accorsi?

«La vita di Riko è quella che avrei potuto fare, se non avessi fatto il cantante. Ho fatto il metalmeccanico, e l’impiegato. Per anni ho portato a casa uno stipendio una volta al mese anch’io. Riko mi somiglia per l’inquietudine che lo attraversa».

«Made in Italy» è anche un film sull’amicizia. Racconta di amici che si parlano, fra loro, solo prendendosi ferocemente in giro.

«I miei amici sono così: lo fanno con tutti, e particolarmente con me. Il nostro modo di frequentarci è di prenderci in giro sempre. Ho gli stessi amici che frequento da cinquant’anni, e quando ci parliamo, il modo con cui comunichiamo è quello di prenderci per il c… . E in quel modo, riusciamo a dirci le cose più vere, più sincere».

Come ha scelto Kasja Smutniak?

«Avevo pensato a una donna meno bella e meno giovane di lei: ma quando l’ho vista, ad una cena con Stefano Accorsi, mi ha steso. Ho detto: Sara e Riko sono loro due. Mi ha fatto innamorare ancora più del personaggio di Sara».

Il film è arrivato dopo un anno particolare per lei…

«Sì: è arrivato dopo l’operazione alle corde vocali, e la mia paura di non poter tornare ad usare il mio strumento principale, che è il canto. Ma è stato anche l’anno della grande emozione di rivedermi lì, sul palco, con il pubblico che mi aveva aspettato».

E’ anche un film sul lavoro. Sulla dignità che porta il lavoro.

«Sì, anche se non ci sono intenzioni politiche. Non volevo fare un film ‘politico’: ma l’importanza assoluta di avere un lavoro conta. Uno stipendio non è solo quello, ma è un pezzo della tua identità». Non volevo fare un film ‘politico’: ma l’importanza assoluta di avere un lavoro conta. Uno stipendio non è solo quello, ma è un pezzo della tua identità».