Firenze, 23 aprile 2017 - “Non mi ribellerò mai alla chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati”: Papa Francesco apre con le parole di una lettera del 10 ottobre 1958 un suo speciale intervento video su don Milani (1923-1967). “Accostiamoci agli scritti di don Lorenzo come testimone di Cristo e del Vangelo”, assumendo come prospettiva il suo “atto di abbandono alla misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa”. Guardare alla vita, alle opere e al sacerdozio di don Lorenzo, uomo dei sacramenti, che si confessa continuamente e non gode della propria rilevanza su giornali che attaccano la Chiesa; ferito ma non sopraffatto, anzi sempre concentrato sulla “luce pasquale del Cristo risorto”, da ricordare soprattutto come “credente, innamorato della Chiesa”, la cui inquietudine era frutto non di ribellione, ma di amore e tenerezza per i suoi ragazzi, per il suo gregge”.

Sarebbe davvero banale, come qualcuno ha fatto, ridurre l'intervento video di Papa Francesco su don Milani, diffuso oggi (domenica 23 aprile) per la presentazione dei Meridiani Mondadori con le opere del priore di Barbiana, a una sorta di controreplica alle polemiche divampate dopo la pubblicazione del libro di Siti dedicato peraltro all'”ombra ferita e forte” del priore. Ferita letta male, sbagliando bersaglio. Se ne è parlato tanto, anche troppo e a sproposito. Con le sue parole Papa Bergoglio compie un passo di decisione nel portare la vita e le parole di don Milani nel cuore della Chiesa. A don Milani e al suo fare scuola con i poveri, Papa Francesco guarda con una delle sue espressioni chiave, “ospedale da campo per soccorrere i feriti, recuperare gli emarginati e gli scartati”, capace di disturbare per la sua predilezione per i poveri (legata alle Beatitudini del Vangelo) e per la difesa dell'obiezione di coscienza. E qui Bergoglio ha rilevato forse con consapevolezza autobiografica che “la storia si ripete sempre”. La sua visione della scuola è ancora oggi “risposta alle esigenze del cuore e dell'intelligenza dei nostri ragazzi giovani”, mentre lo sguardo del Papa si porta indirettamente anche sui giovani profughi e richiedenti asilo. L'obiettivo? “Avere imparato a imparare: rimane per sempre. Come lo insegnava don Lorenzo Milani”. Non si può ripercorrere in poche righe la dialettica suscitata dentro e fuori la Chiesa da don Milani del quale ricorrerà a giugno il cinquantesimo anniversario della morte. Oggi bisogna andare oltre le categorie, ormai datate nel suo caso, di Chiesa Ufficiale e Chiesa di base o di popolo. La prefazione alle sue 'Esperienze pastorali' l'aveva fatta un vescovo ma intervenne pesantemente il cosiddetto “partito romano”, in Vaticano, per imporne il ritiro. Già da allora questo prete “segno di contraddizione” parlava nella Chiesa al punto che tanto Giovanni XXIII, attraverso il suo segretario Loris Capovilla, ma soprattutto Paolo VI vollero manifestargli vicinanza.

E' una vicenda che si deve storicizzare, mentre il messaggio e la testimonianza di don Milani rimangono vivi. Sappiamo quanto ha fatto il cardinale Giuseppe Betori per sottoporre la figura di don Lorenzo al pieno riconoscimento, anche formale, di fronte al Papa, quando gliene parlò davanti a tutti durante la liturgia nello stadio comunale nel novembre di due anni fa, in occasione del Convegno ecclesiale nazionale a Firenze (“ci ha richiamato tutti al primato dell'educazione e della coscienza in una sofferta ma leale fedeltà alla Chiesa”). Non è un caso che contestualmente all'apertura del cammino sinodale della chiesa fiorentina, apertosi ufficialmente sabato sera, per una più piena la ricezione della 'Evangelii Gaudium' di Francesco, la Chiesa di Firenze rileggerà anche le 'Esperienze Pastorali'.

Dall'intervento del Papa, sotto lo stretto profilo della sua conoscenza del priore, è interessante notare come emerga che si sia avvicinato alla sua opera non in questi ultimi anni, ma già da molto tempo, probabilmente grazie alla traduzione e alla diffusione operata in spagnolo della 'Lettera a una professoressa' da parte di J. L. Corzo Toral. Francesco ricorda “con affetto” la Lettera e cita senza nominarlo anche don Raffaele Bensi, segno che conosce bene la vicenda di don Lorenzo. “Per la brevità della sua vita – ha dichiarato a Sir il curatore dei Meridiani Alberto Melloni - per l’intensità della sua esistenza, don Milani è stato vittima da subito e per sempre di un forte riduzionismo. Il volume vuole restituire l’integrità e l’interezza di una produzione gigantesca: di Don Milani si ricorda l’“I care” e “l’obbedienza non è una virtù”, ma non si può ridurre tutto il suo pensiero a due frasi carine”. La sua opera e sua personalità, ha rilevato Andrea Riccardi nell'introduzione a 'L'esilio di Barbiana' di Michele Gesualdi – sono impregnate da questa sua scelta evangelica per i poveri. Don Lorenzo fu molto apprezzato fuori dalla Chiesa: fu più ammirato fuori che dentro la Chiesa. Eppure lui non intendeva essere recuperato dai laici nelle sue difficoltà ecclesiastiche; anzi, se veniva detta qualche espressione in questo senso alla sua presenza, reagiva duramente...”.