I cantieri in vetrina: "Gli armatori vogliono qualità e innovazione. E noi siamo competitivi"

Il Salone Internazionale di Genova apre i battenti: Pietro Angelini, direttore generale di Navigo, spiega lo stato di salute della nautica da diporto e le sfide che attendono Viareggio e la sua industria principale. Il cliente è più giovane, cerca caratteristiche funzionali, prodotti tracciati e tecnologicamente avanzati. Necessità: spazi, materie prime, tempo e persone.

I cantieri  in vetrina: "Gli armatori vogliono   qualità e innovazione. E noi siamo competitivi"

I cantieri in vetrina: "Gli armatori vogliono qualità e innovazione. E noi siamo competitivi"

di Daniele

Mannocchi

VIAREGGIO

Oggi apre i battenti il Salone Internazionale di Genova, la principale fiera italiana dedicata alla nautica da diporto. Ma qual è lo stato di salute del comparto? La crescita dirompente degli scorsi anni sta proseguendo? E quali sono le sfide che attendono Viareggio e la sua industria principale? Per sviscerare l’argomento abbiamo interpellato il direttore generale di Navigo, Pietro Angelini.

Angelini, il trend positivo degli anni passati prosegue?

"Era lecito aspettarsi, se non un calo, almeno una stabilizzazione rispetto agli anni passati. E invece il settore continua a tirare. Certo, non con gli stessi, enormi numeri del 2022. Ma lo stato di salute è positivo, come si nota da tantissimi elementi: la crescita del dimensionale di alcuni tipi di barche, la migliore organizzazione dei cantieri, gli investimenti. C’è fermento, anche sotto il profilo organizzativo".

Quali sono le principali novità che riscontrate?

"Il cliente è molto più giovane: si va sui 45-49 anni contro i 72-75 di vent’anni fa. Ed è un cliente che naviga, che ha molta più voglia di girare ed esplorare. Tutto questo porta allo sviluppo di elementi legati alla portualità, alla leggerezza e ad una sostenibilità che sia anche funzionale. Chi naviga molto ha bisogno di imbarcazioni leggere e manovrabili. In una parola, prestanti. Questo aspetto, poi, si lega a una sensibilità crescente verso il mare, la sua pulizia e l’ambiente che circonda la nave. I nuovi armatori sono giovani, hanno capacità di confronto perché magari vengono dal settore dell’high-tech e sanno comparare le tecnologie. Oppure sono società che lavorano col noleggio. In entrambi i casi, comunque, il cliente cerca caratteristiche funzionali, prodotti tracciati, tecnologicamente avanzati e più facilmente gestibili".

Cosa chiede il cliente di oggi rispetto a quello di ieri?

"Le barche di oggi sono pensate per un rapporto diretto con l’acqua, con il mare, per scoprire. Oggi, a poppa, le navi si aprono in delle vere e proprie beach area"

Cosa ci si aspetta da Genova?

"È uno dei settori principali al mondo. La nostra specializzazione, come industria viareggina, è più orientata su altre fiere, penso ad esempio a Montecarlo che inizia la prossima settimana. Ma negli ultimi anni sono tornati i clienti italiani, e Genova è una buona vetrina".

Passando a Viareggio, quali sono le principali necessità del comparto per continuare la sua crescita?

"La nautica, in questo momento, ha bisogno di quattro cose: spazi; materie prime, anche alternative; tempo , che si traduce in organizzazione, digitalizzazione, infratrutture tecnologiche e digitali; e infine persone. Noi abbiamo la nostra scuola, in cui programmiamo la formazione sul medio-lungo periodo. Quello delle persone è un tema centrale in questa fase".

Partiamo dalle infrastrutture.

"Tutto ciò che comporta un elemento di miglioramento infrastrutturale è necessario, è evidente: le infrastrutture viaggiano più lentamente della nautica, e questo è un problema non solo viareggino, ma nazionale. Non è un elemento indifferente. Le infrastrutture devono migliorare sia in porto, sia a terra. La complessità dei prodotti aumenta, mentre la Darsena rimane la stessa. Di fronte a una crescita della produzione del 30 per cento, è chiaro che qualcosa dal punto di vista dell’organizzazione e dell’efficienza vada fatto".

E per quanto riguarda la figure professionali?

"Nell’immediato, si cerca manodopera in termini di mestieri classici. E questo è un problema, perché hanno perso attrattività nelle nuove leve. I giovani, tendenzialmente, non hanno più l’impulso a fare l’allestitore, il falegname, il carpentiere, che sono le figure di cui c’è più bisogno nel distretto. Ed è un problema che probabilmente è legato solo all’attrattività del mestiere, perché quando si parla di falegnami, nel mondo della nautica, si fa riferimento a imprese che potenzialmente possono avere centinaia di dipendenti. Questo per quanto riguarda i mestieri, che è il vero tasto dolente di questa fase storica. Poi c’è il comparto dei tecnici, che stiamo cercando di organizzare con un’analisi della formazione a tutti i livelli: uffici tecnici, figure di coordinamento con la barca e le controparti dell’armatore. E poi c’è il terzo settore, quello dei mestieri di bordo: ogni imbarcazione si porta dietro il comandante, lo chef e un equipaggio che va dai 4 alle 10 persone. Una volta che la barca è consegnata, se si riesce a influenzare l’armatore con un equipaggio e un comandante italiano e del luogo, c’è la possibilità di influenzare le scelte future anche sul fronte tecnico. Infine, di recente sta emergento la figura del manager portuale, che deve avere una spiccata sensibilità in termini di accoglienza e turismo per lavorare alla fidelizzazione del cliente. Il senso è: non basta più vendere la barca e arrivederci. È il network che la costruisce, la vende, la ripara e ne gestisce la navigazione".