Il corpo di Ofelia Tiburzi viene portato via dal luogo del delitto (foto Crocchioni)
Il corpo di Ofelia Tiburzi viene portato via dal luogo del delitto (foto Crocchioni)

Perugia, 13 marzo 2018 – La tragedia si consuma all’alba di un lunedì qualsiasi al numero 88 di via delle Ghiande, Montelaguardia. Luciano Naticchi, 59 anni, stringe le mani attorno al collo della madre, Ofelia Tiburzi, 79 anni, ancora in camicia da notte, distesa sul letto, e la uccide nel silenzio di un condominio che non si è ancora destato. L’uomo vive al primo piano, la madre al secondo. «Cosa mi stai facendo?», quasi sussurra l’anziana cercando di liberarsi, senza riuscirci, dalla stretta del figlio.

Il movente resterà per tutta la giornata il mistero di questo dramma familiare maturato in una personalità fragile e depressa come quella di Luciano, in pensione dopo aver lavorato alla Cooperativa servizi, in cura da uno psichiatra, sposato con Stefania, collaboratrice alla scuola elementare e padre di due figli ventenni. Sarà lui alle 7.40 a chiamare il 112. "Ho ammazzato la mamma, venite". E poi a consegnarsi ai carabinieri del comando provinciale senza opporre resistenza e confessando subito il delitto.

Tutto inizia prima delle 7 al secondo piano di una palazzina intonacata di rosso sbiadito. Ofelia è a letto. Si sveglia quando "stava facendo giorno", dirà Luciano al magistrato. E lui, che di notte ha riposato nella camera accanto, la invita a dormire ancora. Poi – secondo la ricostruzione – si siede sul letto accanto alla donna e la uccide. Senza un apparente perché. Il resto è la chiamata ai carabinieri. L’anziana è distesa nella camera che divideva col marito Vittorio prima che il coniuge, un anno fa, morisse per un infarto. L’appartamento è in ordine, il letto della camera dove Luciano dormiva ogni tanto per tenere compagnia alla madre, rifatto. Il 59enne è vestito ma agli investigatori consegnerà gli abiti che indossava al momento del delitto.

Nel condominio arriva sua moglie che – sembra – raccoglie il primo sfogo del marito reo-confesso. "Mamma mi ha detto… ‘Che cosa stai facendo?’"". Il primo piano della palazzina viene raggiunto dal pubblico ministero Annamaria Greco e dal medico legale Laura Paglicci Reattelli, che riscontra segni di uno strozzamento sul collo dell’anziana, ma nessuna lesione da difesa sulle mani e sulle braccia del figlio. C’è anche il maggiore Salvatore Pascariello, comandante del Nucleo investigativo.

I carabinieri sequestrano gli abiti, le medicine che assumeva Luciano per tenere a bada quel ‘male di vivere’ che lo assillava da tempo senza però sfociare in comportamenti violenti, ma che l’aveva indotto a tentare di farla finita. Presente l’avvocato Francesco Falcinelli, nominato dalla famiglia, per Luciano scatta l’arresto in flagranza per omicidio volontario.

A metà mattinata nella caserma di via Ruggia si svolge l’interrogatorio. Per tre ore Naticchi, in evidente stato confusionale, conferma tutto e con difficoltà racconta l’accaduto. Ma quando il magistrato gli chiede il motivo di tanta violenza, Luciano va nel panico e resta muto.