Erano travolgenti e intrisi di grande storia. Erano gli anni di grandi epopee. Erano gli anni in cui si respirava rivoluzione e grandiose imprese. Era il 1859 e Bettino Ricasoli fondava La Nazione per dare voce agli aneliti unitari che muovevano i cuori degli italiani migliori. Era ancora il 1859 quando Cavour decise di chiamare un giovane di soli 36 anni, un ragazzo diremmo oggi, l’allora maggiore Domenico Chiodo, a dirigere la costruzione alla Spezia del più grande arsenale marittimo d’Europa affinché fosse inconfutabile agli occhi del mondo che una nuova grande potenza era nata.
Così, con l’Italia, con La Nazione, in quegli anni prese il volo anche la città per diventare capitale delle più avanzate tra le costruzioni navali e delle più ingegnose tra le fabbricazioni meccaniche nonché potentissimo magnete per le moltitudini operaie come per i migliori ingegneri dello stivale. Anche Marconi scelse Spezia, mentre perfino gli inglesi schiattavano d’invidia per la corrazzata Dandolo, uscita dai bacini del Regio Arsenale. Certo, fascisti e futuristi la scoprirono poi urbe ideale per farne modello delle idee moderniste e belliciste che li animavano. E così fu, fino al disastro della guerra che la fece ancora primeggiare, ma nel dramma, in quanto tra le città più bombardate d’Italia. Dalle macerie morali del fascismo, la città dove era stata di stanza la X Mas, la più vile e crudele delle milizie che seminarono stragi di civili a ridosso della Gotica, seppe riscattarsi con la Resistenza della IV zona operativa. Anche dalle macerie materiali Spezia si risolleverà, sia pure a fatica, con gli anni e con l’aiuto del boom economico.
E poi il 1953. Il vento impetuoso dello sviluppo industriale aveva già preso a soffiare corposamente, quando La Nazione decise di aprire anche alla Spezia una sua redazione. Nella Spezia operaia e rossa, quella degli scioperi e dell’occupazione delle fabbriche, La Nazione diventò ben presto il quotidiano più popolare, quello che sapeva entrare nelle case di tutti, sapeva essere il giornale di una città che era un po’ ligure, un po’ toscana, un po’ di nessuno, forse di una mitologica e strampalata regione non a caso chiamata Lunezia. Infine arrivò La Spezia degli anni ’70 e ’80. Questa Spezia dei marò, dei fumi dell’Enel e della Shell, La Spezia che avrebbe voluto diventare Nizza, La Spezia refrattaria e tutta rinchiusa tra le sue colline, La Nazione l’ha raccontata ogni giorno. Con le parole dei suoi giornalisti e più ancora con le immagini del fotografo Mauro Frascatore che della spezzinità fu interprete e “narratore”. Ancora oggi, che è così cambiata, pochi operai e tanti b&b, meno stoica, ma anche meno grigia, questa città con le sue contraddizioni e l’immarcescibile scettico sguardo su se stessa e il mondo, la trovate raccontata qua, ogni giorno nel suo giornale.