Prato, 27 novembre 2020 - Quindici patteggiamenti e due milioni di euro confiscati che torneranno nelle casse di Estar. E’ l’accordo che mette fine, in tempi record, all’inchiesta sulla truffa delle mascherine destinate a Estar (la centrale acquisti per la sanità della Regione Toscana) e alla Presidenza del consiglio per conto della protezione civile nazionale, considerate parte lesa. Il gruppo a capo della truffa ai danni dei due enti pubblici è stato individuato durante le indagini della guardia di finanza di Prato, coordinate dai pm Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli. Si tratta del Gruppo YL che ha stilato i contratti milionari con i due enti. La società, che produceva abbigliamento, aveva convertito la produzione in fretta e furia durante il lockdown mettendosi...

Prato, 27 novembre 2020 - Quindici patteggiamenti e due milioni di euro confiscati che torneranno nelle casse di Estar. E’ l’accordo che mette fine, in tempi record, all’inchiesta sulla truffa delle mascherine destinate a Estar (la centrale acquisti per la sanità della Regione Toscana) e alla Presidenza del consiglio per conto della protezione civile nazionale, considerate parte lesa. Il gruppo a capo della truffa ai danni dei due enti pubblici è stato individuato durante le indagini della guardia di finanza di Prato, coordinate dai pm Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli. Si tratta del Gruppo YL che ha stilato i contratti milionari con i due enti.

La società, che produceva abbigliamento, aveva convertito la produzione in fretta e furia durante il lockdown mettendosi a confezionare mascherine quando ancora, a inizio pandemia, erano pressoché introvabili. Estar aveva commissionato al gruppo sette milioni di mascherine mentre la presidenza del consiglio ne aveva richieste ben 93 milioni di pezzi per un totale di circa 45 milioni di euro che la società avrebbe intascato nel giro di pochi mesi, da giugno a fine ottobre se tutto fosse filato liscio. Peccato che l’azienda cinese non fosse in grado di confezionare tutte quelle mascherine (a marzo aveva messo in cassa integrazione 18 dipendenti su 25) tanto da dover subappaltare la produzione – senza che ciò comparisse nei contratti pubblici – a una miriade di ditte cinesi, 28 per l’esattezza, e risparmiare sul materiale usato per realizzare le mascherine chirurgiche. Restano fuori, per ora, le posizioni due imprenditori italiani, uno di Cerreto Guidi e l’altro di Lastra a Signa, che collaboravano con il Gruppo YL. Le difese stanno valutando il patteggiamento.

L’inchiesta, scoppiata in pieno lockdown, portò, a giugno, all’arresto in flagranza di quattordici imprenditori cinesi per sfruttamento della manodopera clandestina e lavoro nero. I patteggiamenti che hanno trovato il consenso della Procura (l’accordo deve ancora passare al vaglio del giudice dell’udienza preliminare) riguardano i titolari del gruppo capofila, la YL,  che hanno patteggiato un anno e dieci mesi per truffa ai danni dello stato e frode nelle pubbliche forniture. Nei guai sono finiti anche il padre, la madre e la zia (titolare di facciata del gruppo) che hanno patteggiato un anno e sei mesi. La ditta è stata condannata a pagare diecimila euro di multa. Nell’accordo congiunto tra le difese e la Procura c’è pure la confisca: poco meno di due milioni di euro che la finanza ha sequestrato a giugno dai conti correnti della società. I soldi andranno a Estar che aveva ricevuto le prime forniture di mascherine farlocche (realizzate non a tre veli come da contratto ma con un velo interno di un materiale non certificato) in cambio della prima tranche di pagamenti da 3,2 milioni di euro.

Gli imprenditori cinesi che avevano preso il subappalto a nero, invece, hanno patteggiato condanne che vanno da un anno e due mesi fino a un anno e otto mesi a seconda del numero di clandestini che furono trovati al lavoro dentro le ditte al momento del blitz della guardia di finanza a giugno. Per loro l’accusa è di sfruttamento del lavoro nero e impiego della manodopera clandestina. Il Gruppo YL aveva ricevuto la grossa commessa da parte di Estar a marzo senza bisogno di partecipare a un bando pubblico in virtù della situazione di estrema urgenza dovuta alla pandemia. La YL aveva fornito un’autocertificazione per ottenere l’incarico. Dalle intercettazioni telefoniche, però, è emerso che le mascherine non erano realizzate a regola d’arte, ma per risparmiare sui costi, la parte interna delle chirurgiche blu a tre strati era fatta con un velo di materiale non a norma a trattenere virus e batteri. Una "giochessa", come la definivano gli indagati, che permetteva di risparmiare milioni di euro a scapito della sicurezza dei presidi di protezione.