L’ex presidente di Open Alberto Bianchi e Maria Elena Boschi, tra i fondatori di Open
L’ex presidente di Open Alberto Bianchi e Maria Elena Boschi, tra i fondatori di Open

Firenze, 27 novembre 2019 -  Cos’era Open, la fondazione che ha racimolato più di 6 milioni per finanziare la «Leopolda» ed altre iniziative care a Matteo Renzi? Per la procura di Firenze era una «articolazione» di un partito. Da qui, la nuova accusa al suo ex presidente, il potentissimo Alberto Bianchi, avvocato pistoiese e consigliere Enel: finanziamento illecito ai partiti, che si somma al traffico d’influenze per cui era già stato indagato a settembre. Ma c’è di più: con Bianchi, è indagato anche Marco Carrai, altro fedelissimo di Renzi, perquisito pure lui ieri mattina.

Nella stessa giornata, la finanza ha bussato a decine di finanziatori di Open, compreso l’ad del fondo Algebris, Davide Serra. La replica di Renzi, attore non protagonista di questa inchiesta, è durissima. Ricorda che i pm sono gli stessi «che hanno firmato l’arresto per i miei genitori» e precisa: «Chi ha finanziato in questi anni la Fondazione Open ha rispettato la normativa sulle fondazioni». C’è anche la bagarre politica. Di Maio vuole che nel nuovo contratto di governo venga inserita una Commissione di inchiesta parlamentare sui finanziamenti ai partiti. «Lasciamo che ci siano le indagini, i processi, le sentenze – gli risponde il leader di Italia Viva –. Se poi altri partiti utilizzano questa vicenda per chiedere commissioni di inchiesta sui partiti e sulle fondazioni io dico che ci sto. Anzi: dovremmo allargare anche a quelle società collegate a movimenti politici che ricevono collaborazioni e consulenze da società pubbliche. Italiane, certo. Ma non solo italiane». Il riferimento è alla grillina Casaleggio.
 

La «cassaforte» del renzismo è stata aperta dai pm Luca Turco e Antonino Nastasi dopo il sequestro, durante la prima perquisizione a Bianchi, a settembre, della lista dei finanziatori di Open, mai pubblicata per intero dalla fondazione che ha cessato l’attività ad aprile 2018. Tra i donatori che hanno ricevuto una visita della finanza, a Firenze e a La Spezia, anche senza essere indagati, ci sono i fratelli Aleotti, la famiglia Bassilichi, la società Garofalo Healt Care. Perquisiti altri «sponsor» anche a Milano, Torino, Roma, Napoli, Parma, Bari, Pistoia, Alessandria e Modena. Ma i riflettori sono puntati sullo studio di Bianchi, a un passo dai lungarni e dalla stessa stazione Leopolda, sede della fondazione nel cui cda figuravano anche la Boschi, Lotti e appunto Carrai. Quella che gli avvocati Antonio D’Avirro e Michele Ducci, legali di Bianchi, chiamano «un’integrazione della precedente perquisizione», è invece una bomba che deflagra sugli «intrecci tra prestazioni professionali rese da Bianchi e da suoi collaboratori e finanziamenti alla fondazione Open» precedente emersi. Oltre alla lista integrale dei donatori di Open, le fiamme gialle hanno acquisito carte sulle primarie del 2012, del comitato per Renzi segretario, e versamenti di parlamentari, che fa dire ai pm che Open avrebbe «agito da articolazione di partito politico». La Fondazione, secondo le contestazioni, avrebbe inoltre rimborsato spese a parlamentari e messo a loro disposizione bancomat e carte . «E’ tutto tracciato e alla luce del sole», assicura Bianchi.
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