Le prime operazioni di bonifica all'indomani del disastro Farmoplant
Le prime operazioni di bonifica all'indomani del disastro Farmoplant

Massa Carrara, 23 maggio 2019 - Un’altra Farmoplant sotto i nostri piedi. Veleni micidiali: lo dicono le analisi svolte da Arpat su più di 140 pozzi. Sono trascorsi ben 31 anni dall’esplosione dello stabilimento di pesticidi della provincia di Massa Carrara che terrorizzò migliaia di persone. Era la mattina del 17 luglio 1988 quando una nube nera tossica, maleodorante e carica di veleni, si sollevò dagli impianti contenenti il Rogor in fiamme. In poche ore arrivò a oscurare il cielo dell’alto Tirreno, espandendosi per oltre duemila chilometri quadrati, da La Spezia fino a Forte dei Marmi. Città terrorizzate, centinaia di famiglie in fuga. Poche cose raccolte in fretta e poi di corsa, con in braccio i bimbi piccoli. C’era da scappar via, verso i monti. Lontano da quel mostro chiamato Farmoplant che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. E invece no.

I veleni del polo chimico della zona industriale apuana non erano scomparsi. Come il peggiore degli incubi, si erano nascosti dove nessuno poteva vederli o sentirli: sotto i nostri piedi. Ce l’abbiamo messa tutta, in trent’anni, per chiudere gli occhi e dormire sogni tranquilli. Ci siamo avvolti nelle calde coperte di progetti di bonifica e accordi di programma, cullati da dolcissime promesse elettorali. Ma sotto il letto, il mostro agiva indisturbato. E oggi esplode di nuovo. Una nuova Farmoplant. Per carità, il nome è una suggestione. Quell’azienda è solo una delle tante che potrebbero aver avvelenato Massa Carrara con le sue produzioni nocive.

Aggiungete Rumianca, Cokapuania, Ferroleghe, Fibronit. Tanti piccoli tasselli in un puzzle di veleni rilasciati sul territorio e che oggi ritroviamo diversi metri sotto terra. Sono finiti nelle acque di falda che scorrono dal Carrione al Frigido, dall’Aurelia al mare, per migliaia e migliaia di ettari. Acque che dovrebbero essere utilizzate per irrigare i campi e per le attività industriali, magari per bere o rinfrescarsi nelle giornate più torride. Acque che invece non possono e non devono essere utilizzate, perché sono pericolose per la salute. Contengono metalli pesanti, tracce di pesticidi e tanti altri veleni oltre i limiti di legge, alcuni pure cancerogeni. C’è il cromo esavalente, uno dei più pericolosi, in concentrazioni elevate. Ma ci sono pure solventi clorurati, triclorometano e tetracloroetilene, manganese e arsenico, derivati dagli idrocarburi fra cui toluene e benzene. Termini tecnici che si traducono in veleni per la salute, dentro la falda trent’anni dopo la fine dell’industria chimica. Lo dicono chiaramente le ultime analisi effettuate su 147 pozzi di Massa e Carrara per conto di Sogesid (società in house del Ministero) nei laboratori di Arpat, di cui siamo riusciti a ottenerne un terzo. I risultati impongono ai due Comuni, e alla Regione, di prendere serie decisioni: servirà, con tutta probabilità, un’ordinanza congiunta che obblighi a sigillare centinaia di pozzi lungo tutta l’area inquinata, industriale e residenziale, e vieti di utilizzare l’acqua di falda. Ordinanze che abbiano più incidenza rispetto a quelle già fatte negli anni passati, in gran parte inosservate. Poi servirà una bonifica, lunga e costosa, per la quale non basteranno certamente i 25 milioni di euro già stanziati. Ma è necessario muoversi, prendere decisioni anche difficili e farlo in sinergia. Va cacciato il mostro che vive sotto i nostri piedi.