La V ginnasio al Mamiani di Roma, 1972-73: Buticchi è terzo da destra nella fila in alto

La Spezia, 13 giugno 2018 - Poi si cresce tutti e le emozioni cambiano: anche i timori più radicati, quando diventano ricordi, inducono al sorriso. Ricordate quanto ci faceva paura l’esame di maturità? Le notti insonni, le tazze di caffè ricolme per restare chini sui libri? Ricordate la composizione della commissione esterna? C’era sempre qualcuno con la nomea di essere più inflessibile del ‘professor Carogna’ interpretato dall’indimenticabile Giorgio Faletti. Ricordate le premonizioni dell’ultimo minuto? «Mi chiede l’asintoto piuttosto che il logaritmo, il Foscolo invece del Manzoni». E allora giù a rileggere quel brano o quella formula cercando di immagazzinare più nozioni possibili in una mente ormai satura.

Marco Buticchi

Provate a pensare alla vostra notte prima degli esami. A quei giorni caldi d’inizio estate, alle amicizie e agli amori che diventavano più profondi attorno a un problema di matematica o a una versione di latino. Perché la paura, da sempre, accomuna gli animi. Forse perché la forza dell’unione aiuta a vincere le difficoltà. Anche quella era scuola di vita. Poi, spesso, tutto il castello d’umana affezione si scioglieva poche ore dopo ‘i quadri’. Non c’erano, allora, falsi pudori di riservatezza personale: si conviveva in classe per anni. Era inutile reclamare la privacy per l’ultimo risultato. E tutti potevano conoscere e commentare l’esito scolastico del migliore amico, della fidanzatina (o fidanzatino) del momento, dell’indisponente della classe.

Ricordate quanto tremavano le gambe entrando nell’atrio affollato della scuola a cercare i risultati della nostra sezione affissi all’albo, seguire con lo sguardo il dito puntato sul vetro e scorrere la lista dei compagni di classe. Erano momenti unici. Peccato che siano serbati in un ripostiglio della mente e si debba fare fatica per estrarli. Ci si sentiva adulti, maturi. Eccome! Con l’illusione di poter affrontare il mondo a testa alta, con la convinzione di poter vincere più battaglie di Don Chisciotte. Come ridimensiona, poi, l’esistenza vissuta. Eppure era esaltante vivere di convinzioni, d’ideali che, comunque la si pensasse allora, erano limpidi e onesti. Anche le lotte nella scuola indicavano un senso di profondo attaccamento alla vita sociale del Paese. Era inebriante incamminarci lungo le prime esperienze con il piglio dell’adulto mentre, nella realtà, si tracciavano percorsi – dalle prime esperienze sessuali alle guide sull’auto dei genitori col foglio rosa – con un’apprensione che attanagliava la gola per la paura di sbagliare.

Presto, quelle nostre stesse sensazioni le vivranno i nostri figli, i nipoti, i ragazzi che abbiamo visto crescere e ‘diventare’. Ogni volta che sento qualcuno pronunciare il banale luogo comune che «i ragazzi non hanno più valori», m’infurio. Se fosse vero, ma non lo è, significherebbe che noi abbiamo fallito la nostra missione di adulti non riuscendo a conferire valori ai ragazzi. E la colpa sarebbe solo nostra. Infuriatevi anche voi, per difendere il vostro avvenire. Adesso tocca a loro tremare per Tucidide o per uno studio di funzione, combattere la sonnolenza a suon di caffè bollenti. A noi toccherà il compito di osservarli benevoli, saggiamente esperti nelle emozioni che si apprestano a vivere trascinandosi appresso anche un po’ del nostro rimpianto per il tempo che fu. Eppure quanto ci gratifica vederli crescere regalandoci orgoglio e soddisfazioni. Forse, per loro, serbare ogni istante della tempesta di sensazioni che proveranno sarebbe importante perché i maturandi di oggi diventino gli orgogliosi genitori di domani. Ma anche perché, rispolverato il ricordo da quell’angolo di memoria, sarà piacevole un giorno sconfiggere le paure di adolescenti con il più sincero dei sorrisi.