La solitudine dei numeri 9. Pazienza con Beltran. Anche Bati sbagliava

Lucas Beltran, giovane calciatore argentino, è stato la scommessa più intrigante della Fiorentina. Nonostante le sue grandi potenzialità, non è ancora riuscito a segnare un gol in campionato. La pazienza è la cura antica per far crescere un campione.

Pazienza con Beltran. Anche Bati sbagliava

Pazienza con Beltran. Anche Bati sbagliava

La palla che si avvicina carica di promesse come una sottoveste, la porta e lì davanti, senza difensori a presidiarla: basta solo domare la palla e calciarla in rete. Un attimo. Invece lo stop è difettoso, la sfera scivola così via perfida e al quel punto non più gestibile. Maignan, poi, è un condominio che frana addosso a chiudere ogni varco, addio gol, addio pareggio viola a San Siro. Ci sono attimi nel calcio che segnano un destino e quello stop sbagliato di Beltran sulla palla invitante concessagli da Gonzalez è un po’ il gesto simbolo della sconfitta San Siro. Il manifesto di una impotenza più che di una sfortuna. Anche perché da quando è arrivato a Firenze il numero 9 viola non è riuscito ancora a fare un solo gol in campionato e, dunque, quel gesto tecnico sbagliato diventa un atto d’accusa ancora più pesante. Sì, Lucas Beltran da Cordoba, argentino che per la sua chioma bionda da quelle parti chiamano "il vichingo", è oggi l’uomo nel mirino. Perché il centravanti che non segna è un’eresia sportiva che corrode l’animo. Come il velocista che non vince le volate o lo schiacciatore che non va a punto, appartiene alla sfera dell’insostenibile, di ciò che non può essere e che per questo genera delusione. Un sentimento che è nelle cose ma al quale sarebbe un errore cedere senza condizioni. Perché Beltran è stata la scommessa più intrigante dell’ultima campagna acquisti.

Il calciatore sul quale è stata puntata la fiches più pesante, con l’idea di trovarsi davanti a un’ipotesi di campione. Nato centrocampista e poi col tempo affinatosi attaccante, Lucas il vichingo in Argentina godeva e gode infatti di grande considerazione. "E’ il nuovo Dybala", ha scritto di lui la stampa argentina sportiva, che sarà pure sensazionalista ma alla base qualcosa dovrà comunque esserci. E quel "qualcosa" a Firenze lo abbiamo intravisto. Come quel gol acrobatico e magnetico con la Lazio, vanificato da un tocco di mano crudele; o i due gol col Cucaricki (soprattutto il secondo) che profumavano di magia, passando per alcune giocate non banali col Cagliari e a Udine. La traccia, nitida, del campione in itinere col quale serve adottare la cura antica della pazienza. Perché a 22 anni non si è ancora centravanti compiuto, non lo si può essere strutturalmente e culturalmente, come raccontano certe storie di sport che a Firenze passano anche per Toni e Batistuta.

Già, Batistuta, il centravanti assoluto, il dio del gol del quale oggi si ricorda solo la potenza e il fragore. Eppure anche lui, in una delle sue prime apparizioni in viola, sempre a San Siro ma con l’Inter, fece una cosa del tutto simile a Beltran. Su una palla che sembrava una promessa di gol, si illegnosì e sbagliò lo stop, vanificando una chiara occasione in un tiro sghembo e senza velleità. Ecco, se quella sera non avessimo avuto pazienza. Se avessimo voluto rotolarci nella perfidia del giudizio definitivo, oggi alla Fiorentina mancherebbero 168 gol leggendari e qualche trofeo. Fosse anche solo per scaramanzia, non vale la pena aspettare Beltran? Non vale la pena attendere la sua crescita confortandolo e non crocifiggendolo nel momento dell’errore? Io credo di sì, che ne valga la pena eccome.

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