Firenze, 2 febbraio 2019 - Questo ragazzo che sorride assomiglia a Muriel ma non può essere lui, troppo modesto davvero, magari è un gemello, impossibile ricamare gol pazzeschi e parlare con questa umiltà infinita.

Luis, dov’è il trucco? Mica starà recitando?
«Io sono così. Credo che la mia allegria sia un dono di Dio». 
E lei sembra un dono per la Fiorentina: da quando è arrivato, la squadra ha segnato 16 gol in 4 partite e ha raggiunto la semifinale di coppa Italia.
«Si vede che ho portato un po’ di fortuna».
Questo è eccesso di umiltà.
«Da lontano leggevo che la squadra aveva qualche problema realizzativo, forse aveva solo bisogno di credere di più alle proprie possibilità. Anche io avevo bisogno di un gruppo che mi accogliesse con questa fiducia... Diciamo che due aspirazioni si sono unite e ora tutto è possibile».
In che senso?
«Ho trovato un gruppo forte formato da bravissimi ragazzi, si sente che c’è un’unione speciale per quello che ha passato l’anno scorso. Gli ultimi risultati hanno fatto scattare qualcosa che prima magari era nascosto, compresso, ora siamo più convinti delle nostre possibilità. Questa Fiorentina può permettersi di sognare tutto».
Tipo?
«Migliorare la posizione dell’anno scorso è l’obiettivo di partenza. Poi tutti sappiamo quando sia corta la classifica, in fondo siamo solo a cinque punti dal quarto posto. Per cui dobbiamo crederci, giocando sempre con umiltà».
Si aspettava di avere un impatto così?
«Non potevo immaginarlo. Sapevo di essere in forma fisicamente, ma ci vuole sempre un po’ di buona sorte. Se le cose si mettono per il verso giusto è più semplice».
In effetti c’era poco di semplice nei due gol segnati contro la Samp. Provi a fare la radiocronaca di se stesso.
«Parto dal secondo. Fede mi ha lanciato la palla a centrocampo, eravamo in dieci contro undici e sapevo che avrei dovuto saltare subito il difensore per puntare la porta. Ci sono riuscito di tacco su Andersen, poi ho anticipato Murru con un colpo di punta, sono entrato in apnea e ho corso verso Audero. Al limite dell’area ho mirato l’angolo basso».
Eh, certo: facilissimo.
«In un certo senso avevo la sequenza in mente quando Chiesa mi ha passato la palla. Era stato più difficile il primo gol. Ma se riesci a entrare in area in mezzo a tre uomini e punti l’area piccola, per sorprendere il portiere devi far passare la palla sotto le gambe dell’ultimo difensore. Anche se il tiro è lento, è difficile che lo prenda».
Cioè: arrivato fino a lì, uno deve fare un tunnel in controtempo, così segna.
«Decisamente meglio, sì».
Muriel, ora sia sincero.
«Promesso».
Crede che la sua carriera sia stata inferiore rispetto alle potenzialità che ha sempre avuto?
«Credo che il calcio mi abbia restituito quello che ho dato. Quindi sì, la mia carriera è stata giusta, sono contento di quello che ho fatto giocando per squadre importanti. E poi non ho ancora 28 anni, di tempo davanti ce n’è eccome...».
Magari a Siviglia ora qualcuno si starà mangiando le mani. Ha qualche dedica da fare per chi non ha creduto in lei?
«No, il Siviglia si è comportato benissimo con me, anche lì ho tanti amici e lo spogliatoio era davvero super. Se ho reso meno del previsto, la colpa è stata solo mia».
Nessuna attenuante generica?
«Credo di aver pagato troppo la pressione di dover dimostrare quanto valevo. Mai il Siviglia aveva speso così tanto per un giocatore, questo peso mi ha frenato. Quindi nessun sassolino da togliermi, mi dispiace solo che il vero Muriel si veda ora».
Eppure si deve essere abituato allo stress, visto che a 19 anni la paragonavano già a Ronaldo.
«Magari... Lui l’ho incontrato solo una volta, nel 2015, quando ero in Cile con la Colombia per giocare la coppa America. Mamma mia che figura».
Perché?
«La scena è questa: stiamo uscendo per andare a giocare e dall’ascensore sbuca Ronaldo e io nulla, mi paralizzo per l’emozione. Cuadrado lo capisce e riesce a trascinarmi di fronte a lui, io mi vergognavo come un bambino. Arrivo lì e non spiccico parola, Cuadrado nel frattempo ci scatta una foto e quello è l’unico ricordo che ho dell’incontro con il vero Ronaldo».
Cosmi l’ha allenata giovanissimo nel Lecce: secondo lui, Muriel aveva potenzialità superiori rispetto a Cuadrado. E tanti altri poi l’hanno paragonata a Ronaldo.
«Ho commesso i miei errori, ma sono contento e sereno per quello che ho fatto. E poi l’ho detto, davanti ho ancora molti anni di calcio. Sogno di meritarmi la conferma qui a Firenze».
Prima ha parlato del lancio di Chiesa. Si vede che in campo avete un feeling speciale.
«Federico ha qualità eccezionali, può meritarsi una squadra top. Spero di giocare con lui ancora per tanti anni».
Ora che è magro, poi.
«Questa storia davvero è stata un peso per me. Ora ci sorrido, ma se ripenso a quando Guidolin disse quella famosa frase...».
In pratica dichiarò che era sovrappeso per giocare a calcio.
«E non calcolò le conseguenze che quelle parole avrebbero potuto avere. Ogni volta che giocavo male, dicevano che era colpa della mia forma fisica scadente, ma non era vero... L’ultima parola poi spetta al campo, certo però che ho continuato a pagare duramente per quelle parole. Posso essermi presentato due o tre chili sopra il peso forma dopo un mese di vacanza, ma quello succede a tutti i giocatori, anche ai più magri».
Ma ora segue una dieta?
«La stessa che tutti i calciatori professionisti vengono invitati a rispettare dalle società. In realtà posso permettermi di mangiare quasi tutto, ovviamente nei limiti».
Torniamo al campo: Gilardino ha detto che accanto a lei Simeone avrà grandi vantaggi.
«Credo sia sotto gli occhi di tutti che noi attaccanti in generale siamo in un buon periodo e riusciamo a smarcarci bene per andare al tiro».
E’ vero che Muriel è anche uno che sa farsi ascoltare nello spogliatoio?
«Qui il gruppo è giovanissimo e sono fra i quattro-cinque con una piccola esperienza in più. Ho capito subito che quando dicevo qualcosa a un compagno, questo mi ascoltava. Mi sono sentito addosso la fiducia, ho cercato di trasferire quello che so. Gruppo magnifico. Il calcio davvero mi ha dato tutto, nella vita».
E’ vero che da piccolo vendeva biglietti della lotteria nelle strade del suo paese?
«Vero, con i soldi mi pagavo il biglietto della corriera per andare ad allenarmi a qualche chilometro di distanza, nell’Atletico Junior. Mio padre faceva il tassista, è un mestiere duro in Colombia. E noi in famiglia eravamo in cinque, più mio nonno, quindi avevo bisogno di guadagnare se volevo giocare a calcio».
Mai pensato di fare altro?
«Sinceramente no, ma credo di essere bravo con la tecnologia. Forse avrei fatto un mestiere legato a quella».
Ma non avrebbe segnato gol così belli come quelli contro la Samp.
«Ne ricordo uno forse migliore segnato a Lecce contro la Roma. Partii da destra, saltai tre giocatori e poi puntai al centro. Pum, sinistro in porta da trenta metri, non male. Stadio impazzito di gioia. Che bellezza per me. Il calcio è allegria, ricordiamocelo sempre».