Roberto R. Corsi
Roberto R. Corsi

Firenze, 6 febbraio 2021 - Libeccio finito. Le due bandiere gialla e rossa sono come ammainate. Non c'è pericolo. Dal confine della spiaggia si contempla la perdita di una certa adolescenza e il perdono dato da un orientamento maturo. Il mare è calmo, non c'è vento. E' il momento in cui la vita si è fermata, è sospesa. Si può allora cercare di comprendere quello che è stato e al tempo stesso guardarsi intorno. C'è perdita, ma non sconfitta. E' quasi un dato biologico ma è tanto utile farci i conti, come li fa Roberto R. Corsi (1970), passato dall'abbondanza giocosa ed erudita trasfusa nelle sue prime composizioni alla declinazione di una bella capacità metrica su cui si innesta una visione delle cose che l'autore de 'La perdita e il perdono' (ed. Pietre Vive) vuole condividere e trasmettere. Il libro si apre proprio con le due bandiere ammainate, quasi arrese alla forza inerte del mare. L'autore, che vive tra Firenze e la Versilia, si misura nelle quattro sezioni del volume col senso di un tempo che può essere dissipato, buttato via, fino al disprezzo di sé e degli altri, come aveva già intuito e in parte declinato nel suo precedente libro. Tuttavia resiste l'altra possibilità, quella costruttiva, che deve fare i conti con la Storia comune, con una perdita più grande della propria: “In un quartiere di San Francisco le telecamere hanno ripreso un benestante - camicia bianca, giacca , ventiquattrore - sferrare pedate a un senza casa, immobile,/ sdraiato sul marciapiede. E' giusto, ministro, che i ricchi paghino meno tasse,/ per poter così esprimere la loro innata solidarietà sociale/ prendendo a calci i poveri con tomaie più morbide e pregiate”. Forse non c'è bisogno di andare così lontano: “Natale, siamo tutti più buoni/Un sindaco del Nord ha ordinato/ di non donare latte caldo ai barboni./ Voi meditate che questo è stato”.

Sì, c'è un tratto amaro in Corsi, ma non disincantato. Qualche volta sfiora abilmente il caustico, ma se ne trattiene, semmai omaggiando le espressioni satiriche dell'antica poesia greca e latina, come in questo caso: “Molte coppie battezzano i figlioli/ soprattutto Leonardo/, ma anche Michelangelo/ come auspicio di genio e intelligenza./ Io, se un poco il mondo inteso,/ chiamerei uno Priapo e l'altro Creso”. Se poi si vuole semplificare ulteriormente “tu pensa a tre gironi/ a imbuto verso il basso, come nel cerchio settimo: bianchi; donne; migranti. In caso di conflitto, /come stupro, molestia, rapina od omicidio,/ la gente dà ragione a chi è più in alto. Tutto qui”.
C'è un forte rigetto della mondanità culturale, anche quando sembra presentarsi con tratti cortesi. D'altra parte Corsi è un poeta e un critico ricercato, ma in quelle stanze e situazioni che di cortesia ospitano solo la forma, sente tutta la fragilità greve di chi è cerca di promozione, alla ricerca del blog altolocato, senza un po' di umiltà. Uno dei temi è proprio che spazio abbia la poesia, il linguaggio poetico, nelle corde della vita comune: “L'ho capito a mie spese:/ la lirica richiede atteggiamento”, mentre in generale si incontra chi ripete “guardi qui di poesia, non ci intendiamo n'è ce n'è interessiamo/ abbiamo da lavorare, il tempo è poco, ci sogniamo di avere i grilli per la testa”. Al che i poeti reagiscono con quella sufficienza che è forse una forma di autodifesa: “Gran parte dei poeti si rallegra che siamo marginali/ che la poesia non venda e, come una micosi,/ asfittica si annidi nelle pieghe di un lavoro/ (sul quale presto o tardi verrà sparso econazolo); / mentre invece io ne soffro, lo considero un dramma:/come finire a vivere per strada e bearsi / di non dover lavare il pavimento”. Si parlava di assenza d'umiltà. Qui l'ironia di Corsi si fa pungente: “Come previsto volano gli stracci/tra finalisti: “Le tue poesie sono vecchie come te”, / “Le tue non sanno di nulla”. Il vero si affaccia solo con la “rottura della glassa poetica”. Altre volte si sorride a malapena: “Mi batte piano sulla spalla: “Scusa,/ possiamo fare una foto tra poeti?”/”Con piacere!”. “Io, che sono il più alto, magari sto in fondo...”/ “Ehm... Veramente tu dovresti scattarla”. Fino allo schianto: “Un poeta recensito anni fa, quando era implume,/ adesso mi ha invitato al suo corso di poesia:/ novanta euro da versare in anticipo./ Lo svolazzo illusorio/ (già muta in irrisione, indifferenza)/ ceda ormai allo sfangarsi”.
La critica implicita a questo metro di giudizio, porta in sé l'alternativa, che non a caso è rappresentata nella poesia d'apertura, quasi una cornice in cui fare confluire, insieme alla lirica 'Muore un amico e morendo ti salva…' dedicata ai frutti del Vangelo, il gioco d'onde, la lettura di quello che verrà dopo.

Accetta un consiglio: va in spiaggia/ fuori stagione, un pomeriggio di mare mosso./ Avrai in mente, mentre giungi, il classico distendersi/ dell'onda, come lingua; il suo morire,/ quel placato lasciarsi assorbire/ dalla battigia./ E' questo il diagramma della vita per i più./ Ma, se farai attenzione, ti sorprenderai/ a fissare altre onde, affluenti,/ deboli per scavare un canale di risacca/ e trovar pace ; ugualmente chiamate/ all'indietro, a scontrarsi e sfilare di lato/ alla normalità delle novelle che accorrono./
Un gioco, solo un grumo di attimi, zampilli e schianti./ L'esistenza: l'offesa./ Al mondo, distratto come te poco fa, resterà/ il passo trionfante delle frangenti;/ del vano bramare agnizione, eufonia/ con ciò che, onnipotente in giovinezza/ già mi scavalca
”. L'ultima poesia è in realtà la prima.

Michele Brancale