Bella  e altera, eppure dolcissima. Senza tempo, come le sfide che da mezzo secolo impone al suo fisico e alla sua mente. Perché il tempo Marina Abramovic sembra fermarlo e accelerarlo, a suo piacimento. Da oggi 50 anni delle sue a volte choccanti perlustrazioni dell’universo performativo sono in mostra a Palazzo Strozzi di Firenze. “The Cleaner” è il titolo della retrospettiva dedicata all’artista nata a Belgrado, che negli anni Settanta iniziò a girare l’Europa col suo compagno Ulay, ponendo il suo corpo come elemento centrale della ricerca artistica. Oltre 100 opere tra dipinti, video, installazioni e performance, sono visibili fino al 20 gennaio. L’esposizione comprende la riproposizione di alcune performance che l’hanno resa celebre. Come “Imponderabilia”, col pubblico chiamato a passare tra i corpi nudi di due artisti, come fecero nel 1977 Marina e Ulay e che per poco non vennero arrestati. O. Mu.

Firenze, 20 settembre 2018 -  «Noi  esseri umani, siamo tutti insieme su questo piccolo pianeta blu, sospeso nell’immensità dello spazio nero e siamo tutti nella stessa barca». Marina Abramovic è felice che il suo manifesto realizzato per la celebre regata triestina della Barcolana abbia scatenato polemiche. E dal palcoscenico di Firenze inizia da lì, per spiega il suo pensiero sull’immigrazione, ma soprattutto sul destino dell’umanità.P

Perché è stata contestata? Qual era il senso del suo messaggio su quella bandiera?

«‘Siamo tutti sulla stessa barca’ può essere interpretato anche in una maniera molto banale, scordando invece la prospettiva molto più ampia che avevo in mente quando l’ho scritto. Comunque sono stata così contenta che un semplice manifesto abbia potuto creare tutte queste polemiche della Lega... Significa che l’arte ha questo potere, che ha la possibilità di scuotere».

Del resto è quello che lei fa, da cinquant’anni, come racconta nella sua retrospettiva a Palazzo Strozzi.

«Sì, “The Cleaner” copre 50 anni del mio lavoro, un periodo lungo. E 12 di questi anni li ho passati con Ulay, con il quale ho condiviso una storia d’amore e l’attività di lavoro che si è conclusa sulla Muraglia Cinese con un video divenuto virale, che hanno visto milioni di persone. E sono contenta che Ulay, in questa occasione sia qui con me, ospite d’onore».

Lei è una pioniera della performance, una “madre”. Cosa rappresenta per lei?

«Ho fatto performance per tutta la vita ed è una forma d’arte che ho trovato dopo essermi misurata con la pittura. La particolarità è che richiede di essere presenti ed è quindi molto difficile confrontarla con altre forme d’arte come i film, le installazioni o la pittura. Negli anni Settanta la performance era terra di nessuno e nessuno la voleva accettare come forma d’arte riconosciuta. Ma a me non piace arrendermi. Anzi, quando uno mi dice no per me è solo l’inizio. Così io ho sempre voluto e continuato a lavorare con la performance e in questi cinquant’anni credo di averla resa una forma d’arte riconosciuta. E questo lo considero un mio personale contributo».

Ma come è cambiata la performance in tutto questo tempo?

«È cambiata molto. Basti pensare che all’inizio assistevano poche persone, trenta quanta, in luoghi che venivano considerati alternativi. Adesso invece è seguita da centinaia di migliaia di persone».

Dai serpenti in testa alle ossa da scarnificare, la performance più dura, più faticosa per il fisico e per la mente che ha compiuto?

«Forse the “Artist is present” al Moda di New York, perché è durata tre mesi. E quindi è diventata vita. Ogni giorno stavo seduta quasi immobile per 7 ore, guardando gli occhi di mi stava di fronte».

La sua arte passa attraverso le forme più diverse. Comprese le foto e i video...

«Voglio dire una cosa chiaramente: Instagram non è arte».

Ma si possono ignorare le nuove tecnologie e i social?

«No, non possiamo certo chiudere gli occhi davanti alla tecnologia, che ormai fa parte della nostra vita. Non c’è niente di male in questo, semmai è il modo in cui la utilizziamo. Dobbiamo capire come usarla al meglio, senza che sia la tecnologia ad usare noi. Va poi detto che per ogni artista è molto importante trovare il suo strumento, il suo canale, in modo che il suo messaggio sia chiaro, cristallino. E se il pubblico è toccato emotivamente e trasformato, allora vuol dire che si è fatto un buon lavoro».

Marina, quando la prossima performance?

«La sto preparando e sarà pronta nel 2020. La presenterò alla ‘Royal Academy’ ma non mi sento di dire niente al riguardo perché non voglio che porti sfortuna».