Ottavio e Maria, protagonisti dell'intervista
Ottavio e Maria, protagonisti dell'intervista

Firenze, 8 agosto 2020 - “Ormai qui è tutto un cantiere”, dice Ottavio, commentando i continui rumori che provengono dagli appartamenti adiacenti. “Li comprano, li trasformano e poi li affittano ai turisti”. Borgo Santa Croce, dove Ottavio vive da quasi sessant’anni con la moglie Maria, è la strada che da via De’ Benci arriva in piazza Santa Croce. Questo quartiere, come gran parte del centro, è cambiato molto negli anni, insieme alle persone che lo abitano: “Di tutte le famiglie e gli amici del quartiere che avevamo, siamo rimasti quasi solo noi a vivere qui. Man mano che sono aumentati i turisti, chi pagava un affitto qui ha preferito comprare casa fuori e lasciare il centro. Ma il tempo passa e forse è normale che alcune cose non siano più le stesse.”

Vi siete trasferiti qui nel 1964. Come era allora Santa Croce?
"Quando ci siamo trasferiti, nel quartiere c'erano soprattutto artigiani, mobilieri e fabbri. In Borgo Santa Croce c'erano falegnamerie, due imprese edili e un meccanico. Ma sembrava di vivere in un piccolo paese, non in città".

Come mai?
“In questa zona abitavano per lo più famiglie di operai e artigiani, io (Ottavio) lavoravo come imbianchino. Ci si conosceva tutti: vicini di casa, negozianti. I bambini giocavano insieme in piazza, c'era un senso di comunità".

Maria, lei cosa ricorda della quotidianità di quegli anni?
“A quel tempo la maggior parte di noi donne non lavorava, quindi passavamo molto tempo in casa. La mattina mentre facevo le faccende mi affacciavo alla finestra e chiacchieravo con le altre donne, ci facevamo compagnia. Se dovevo uscire lasciavo le bambine alla vicina di casa, non ho mai avuto la baby-sitter. Questo senso di familiarità era una sicurezza per tutti. Ricordo anche che avevamo un abbonamento del telefono che si chiamava Duplex, e condividevamo la linea telefonica con la nostra vicina di casa. Dovevamo sempre metterci d'accordo per telefonare".

Nel tempo libero cosa facevate? Avevate un luogo di ritrovo?
"Ci si incontrava soprattutto per strada, ma il luogo di ritrovo per eccellenza era il bar delle Colonnine all'angolo con via dei Benci. Aveva il biliardo e il tabacchi, si poteva giocare a carte. Ma non c'era l'abitudine di uscire spesso come oggi"

Ottavio, lei era qui durante l'alluvione del 4 novembre 1966. Cosa le è rimasto più impresso di quel tragico evento?
"Santa Croce fu duramente colpita dall'alluvione. Pioveva intensamente da diversi giorni, l'Arno era già pieno dei detriti portati dalle piogge precedenti. Quella mattina alle 5 ci svegliammo con le strade inondate da un metro d'acqua, con sopra uno strato di gasolio, suppellettili e detriti di ogni sorta. La paura fu tanta, perché l'acqua andava sempre crescendo e temevamo che i palazzi più vecchi non reggessero. Borgo Santa Croce era pieno di auto rigirate, tronchi e fango. Poi nella notte l'acqua cominciò a decrescere e il giorno dopo ci trovammo in mezzo metro di acqua e fango. Mi sembrò tutto così buio, ma ci si aiutò molto a vicenda".

Cosa cambiò nel quartiere negli anni successivi all'alluvione?
“Molti esercizi chiusero, chi per timore di una nuova alluvione, chi per l'inagibilità dei locali. In alcuni dei fondi rimasti inutilizzati, cominciarono a nascere le prime discoteche, soprattutto nelle cantine, perché erano inadatte ad ospitare negozi. C'era una discoteca proprio qui in Borgo Santa Croce, un'altra in Via de' Benci e un'altra ancora in via della Vigna Vecchia. La gente si divertiva, si entrava pagando una consumazione, c'era la musica e si ballava. La vita notturna in centro cominciò ad animarsi: quello che prima si festeggiava in casa, come i compleanni, cominciò a festeggiarsi fuori".

Quelli furono anche gli anni dei movimenti giovanili
“Tra gli anni'60 e '70 cominciarono ad avvenire le occupazioni dei palazzi da parte di ragazzi e studenti. In centro c'erano molti palazzi signorili disabitati, e i ragazzi li occupavano. Qui in Borgo Santa Croce nel 1968, gli studenti occuparono il palazzo al numero 17. Ci vivevano, organizzavano manifestazioni, facevano la rivoluzione culturale. Ogni tanto veniva la polizia a sgomberarli ma tornavano sempre. Poi il palazzo è stato comprato da una grande società che lo ha ristrutturato".

Negli anni successivi il quartiere è cambiato molto, cosa ricordate di quel periodo?
“Già negli anni '80 si cominciò a ridurre la circolazione delle auto per via dell'inquinamento. Fu una decisione giusta, perché a volte d'estate non si riusciva quasi a respirare per lo smog: gli autobus turistici arrivavano fino in piazza Santa Croce. Quando sono cominciate le limitazioni al traffico, molti esercizi commerciali si sono trasferiti fuori dal centro, dove era più facile raggiungerli in auto. Prima qui in zona c'erano solo i Magazzini Duilio 48 in via dei Calzaiuoli, ma poi arrivarono i supermercati, dove avevamo tutto a disposizione nello stesso luogo potendo fare un'unica fila. Quindi tante piccole botteghe come le mercerie, i fornai e i macellai, piano piano sono sparite.”

Cosa vi manca di più della Santa Croce di quando vi siete trasferiti?
“Il contatto tra le persone, sentirsi parte di una comunità, esserci l'uno per l'altro. Ma la cosa che manca di più, è che le persone si prendevano il tempo di fare le cose, di salutare, di fermarsi a parlare. Il tempo aveva un valore diverso, ora si va sempre di fretta. E la sensazione è che la vita nel centro storico stia diventando sempre più notturna e turistica, lontana da com'era tanti anni fa.”

Santa Croce è una piazza nella quale accadono molte cose. Quale vi è rimasta più impressa in questi anni?
“La visita di Papa Wojtyla nel 1986, con una grande folla di giovani che cantavano insieme a lui. Fu molto emozionante".

Durante il lock-down sono cambiate molte cose in città. Cosa vi è rimasto più impresso di quel periodo?
“Sicuramente il silenzio, al quale non eravamo più abituati. In questa situazione drammatica, c'è stata però una nota positiva: abbiamo rivissuto una città per certi versi più simile a quella in cui ci eravamo trasferiti tanti anni fa. Anche oggi, dopo il lock-down, in Piazza Santa Croce sono spariti i venditori di souvenir e sono tornati i bambini a giocare a palla o in bici. La città è tornata ad essere un po’ più nostra”.

Ottavio, le vostre figlie, una volte cresciute, si sono trasferite lontano dal centro. Pensa che torneranno a vivere qui?
“Le nostre figlie non vogliono saperne di abitare in centro. Dicono che qui mancherebbe loro l'aria! Invece a me mancherebbe l'aria se andassi a vivere in periferia. Qui in Santa Croce, quando mi sento un po' giù, mi basta uscire dal portone per essere circondato da opere d’arte uniche al mondo. E questa bellezza mi renderà sempre felice.”