MARCO
Cronaca

Dopo tante peripezie, ecco la meta. Ma gli incontri non finiscono qui

Giulio arriva finalmente all’indirizzo segnato sul foglietto, ma prima subisce una strana rapina da due uomini

Giulio arriva finalmente all’indirizzo segnato sul foglietto, ma prima subisce una strana rapina da due uomini

Giulio arriva finalmente all’indirizzo segnato sul foglietto, ma prima subisce una strana rapina da due uomini

Vichi

Lì accanto vedo due uomini appoggiati al muro. Agito in aria il foglietto con l’indirizzo, loro sorridono e annuiscono, si scambiano appena un’occhiata. Si scollano dal muro e s’incamminano su per i gradini, facendomi cenno di seguirli.

Mi scortano attraverso cunicoli e tendaggi, passando per stanze dove c’e` gente che gioca a dadi, che dorme, che mangia, dove le luci fanno soprattutto ombre. Non so come hanno fatto, ma ora uno dei due mi cammina dietro. L’altro fa strada. La cosa comincia a non piacermi. Sono già dieci minuti che camminiamo, e sento che non posso più tornare indietro.

Ormai so che quel viaggio porta in qualche posto. Non mi ribello. Sono troppo stanco, e non ho ancora bevuto. Continuo a sudare, mi sto prosciugando. I due uomini borbottano qualcosa, e tutti e tre ci fermiamo in un cortile di due metri per due, tutto polvere e muri gialli.

Qui, teatralmente, i due tipi sfilano dai loro cenci due coltelli ricurvi e mi spingono contro il muro. Bisbigliano veloci tra i denti, mi avvicinano le lame al viso. Sento che devo farmi forza. Uno dei due mi appoggia la lama all’orecchio, e il suo viso è cattivissimo. Nel buio vedo soprattutto luccicare le pupille.

Non capisco cos’hanno da schiacciarmi così contro il muro. Cerco di fare un’espressione arrendevole, e la presa si allenta. Riesco a prendere il portafogli e lo apro. Qualche dollaro passa nelle loro mani, sono almeno cinquanta.

Vedo le banconote sparire in un pugno, e i due ricominciano a schiacciarmi contro il muro. Sono piu` arrabbiati che mai. Faccio cenno di aspettare, e dalla manica destra sfilo altri cinquanta dollari. Vedo sparire anche quelli e i due mi frugano subito l’altra manica, ma non trovano niente. Mi fanno togliere le scarpe, ma nemmeno lì trovano nulla. Mi stringo nelle spalle, e in italiano giuro che non ho piu` nulla. Mi bacio anche le dita incrociate.

"Giuro... Nulla, zero, rien".

Loro si guardano, guardano me, mugolano qualcosa, mettono via i coltelli e scoppiano a ridere. Mi danno anche delle pacche sulle spalle. Finalmente si allontanano, camminando normalmente e borbottando tra loro. Prima di sparire uno dei due si gira e mi fa un sorriso deforme. Io non rispondo.

Aspetto ancora un minuto, spolverandomi i vestiti con le mani, poi mi muovo. Faccio uno sforzo di memoria, tento di rifare il tragitto al contrario, ma è troppo difficile. Per una mezz’ora giro a vuoto, mi accorgo solo di essere passato almeno tre volte dallo stesso posto.

Alla fine trovo la strada giusta. Riconosco i tendaggi, i cortili. Rivedo i giocatori di dadi, le culle appese al soffitto. Finalmente sbuco sulla scalinata storta. Ho di nuovo in mano il mio biglietto, lo faccio vedere a una vecchia che sta seduta accanto a una porta spalancata. Da dentro la casa arriva il rumore di gente che discute.

La vecchia mi indica un vicolo, poco più in là. Ringrazio e parto. Il nome del vicolo corrisponde. È stretto e lunghissimo, quasi buio. In alto si vede appena una lama di cielo. Alla fiamma dell’accendino leggo i nomi sulle porte, finché ne trovo una di legno azzurro dove c’è scritto sopra con il gesso: Almaharaath Rhiullah.

"È questa" penso con sollievo. Busso e aspetto. Dopo un lungo minuto mi apre un ragazzino grasso con una tunica a righe, mi guarda fisso negli occhi, senza intensità.

Non gliene importa niente che io ci sia o non ci sia. Tiro fuori un cartoncino scritto in turco e glielo porgo. Lui lo prende, e senza leggerlo richiude la porta. Aspetto ancora, con il sudore che mi cola sulla faccia.

(3 - continua)