Donatella Tesei (Foto Crocchioni)
Donatella Tesei (Foto Crocchioni)

Perugia, 2 febbraio 2021 - Alla fine di due giorni estenuanti, mezza Umbria finisce in zona rossa anche se è arancione. Nel gioco dei colori tanto caro al governo-Conte, quello del Cuore Verde invece tende sempre più al nero, dato che la regione governata da una giunta a trazione leghista, è una delle peggiori del Paese quanto all’incidenza dei contagi. Al punto che ieri ben 25 Comuni su 92 (quasi tutti in provincia di Perugia) sono stati ’obbligati’ – loro malgrado – a chiudere elementari, medie e superiori fino al 14 febbraio. Due settimane di stop per migliaia studenti umbri, che dalla sera alla mattina si ritrovano in Dad, senza contare che i ragazzi delle Superiori erano tornati in classe solo da 5 giorni. Quella assunta dai sindaci è stata una decisione sofferta, sfociata in un vero e proprio scontro istituzionale con la Regione. Tanti i primi cittadini che in queste ore inviano sui social post in cui si dicono ‘costretti’ dalla Regione alla chiusura delle scuole. Tutto era iniziato venerdì, quando la governatrice Donatella Tesei aveva scritto all’Anci Umbria, invitando a prendere provvedimenti restrittivi (come il coprifuoco alle 21) e a chiudere le scuole di ogni ordine e grado, poiché la situazione del contagio in 31 Comuni rischiava di sfuggire al controllo. I sindaci avevano risposto che a sancire l’emergenza fosse l’Autorità sanitaria con tanto di parere motivato dal Comitato tecnico scientifico dell’Umbria e non una semplice lettera della presidente. "Servono prove e dati" avevano tuonato i Comuni. Un tira e molla durato l’intero weekend, che ha portato a mantenere le scuole aperte fino a ieri e rinviare il provvedimento di chiusura che scatta da oggi. Il tutto dove l’incidenza dei casi di Covid è superiore ai 200 casi settimanali ogni 100mila abitanti. Quella la soglia critica oltre la quale il controllo del contagio può sfuggire. Il tutto maturato dopo che anche il Servizio igiene e sanità pubblica (Isp) dell’Umbria aveva scritto ai primi cittadini chiedendo di sospendere le lezioni in presenza. Sulla base di questo invito, i sindaci delle città interessate - tra cui Perugia, Gubbio, Foligno, Corciano, Marsciano, Castiglione del Lago, solo per citare i più grandi - hanno emesso ordinanze, stabilendo la decorrenza del provvedimento di chiusura delle scuole da oggi fino al 14. Ma anche qui non sono mancate le eccezioni: Foligno (terza città dell’Umbria) ha infatti chiuso pure materne e asili nido. Stessa cosa a Fratta Todina (poco più di mille abitanti), mentre alcuni sindaci (sei per la precisione) di città che non superano i mille abitanti , lasceranno le scuole aperte. E in tutto questo monta furibonda la protesta delle famiglie costrette a restare a casa con i figli più piccoli, senza però la possibilità del congedo parentale: l’Umbria infatti, per il Governo, è in zona arancione, dove non sono previsti ‘ristori economici’. Di qui la decisione di ricorsi massicci al Tar contro le ordinanze dei singoli sindaci, di gruppi organizzati di genitori. "Quella umbra è una situazione paradossale – tuona la portavoce Francesca Leone –. Per chiudere le scuole serve un nesso logico, diretto. Deve cioè essere dimostrato che il contagio è rilevato e rilevante proprio nelle scuole. Per questo chiederemo al Tar se il parere del Cts, al pari di quello del Sisp, sia davvero vincolante. O magari entri in conflitto con la norma ministeriale che ha disposto con esattezza le regole e i criteri di gestione della scuola nelle zone gialle, arancioni e rosse".