Campi Bisenzio (Firenze), 19 settembre 2021 - L’ha aspettato a casa come tante altre sere al termine del lavoro nella fabbrica di moquette di Campi Bisenzio. Ma in quella abitazione di via della Solidarietà, a Prato, i minuti d’attesa via via sono diventati ore, il tempo e il suo scorrere implacabile e silenzioso hanno ingigantito l’apprensione fino a trasformarla in inquietudine. Impossibile mettersi in contatto con il marito. E allora, racconta con voce ferma e cortese Sara Ventisette, moglie di Giuseppe Siino e mamma della loro figlia di 13 anni, la donna ha rotto gli indugi e tentando di dominare l’ansia ha raggiunto in macchina nella notte lo stabilimento Alma spa.

"Sono arrivata a Campi Bisenzio – dice la signora – e ho visto subito le ambulanze, le macchine della polizia o dei carabinieri, non so, con i lampeggianti accesi...". La sensazione che fosse accaduto qualcosa di grave è diventata certezza dell’inevitabile pochi istanti dopo. "Dovranno fare l’autopsia – fa in tempo ad aggiungere la vedova dell’operaio prima di congedarsi – così ha deciso il magistrato della procura. Poi penseremo al funerale del mio Giuseppe".

Chi era la vittima: lascia moglie e una figlia

Si erano sposati nel 2000. Su Facebook lo strazio della moglie dell’operaio si materializza in un messaggio al suo Giuseppe che dice tutto: "Ieri hai postato una foto, era il nostro ventunesimo anniversario ed erano ventinove anni di vita insieme. Oggi non ci sei più e io non so più cosa fare senza l’amore della mia vita...". Sulle bacheche dei social network è proseguita ininterrotta per tutta la giornata la pioggia dei ricordi. In gran parte postati da persone che condividevano con Siino due grandi passioni sportive, il calcio e la pesca in mare.

"Mi chiamavi Sampei – scrive ad esempio un amico su Facebook – perché avevamo quella voglia matta di andare a pescare in barca insieme. Ogni giorno mi ripetevi ‘Oh allora quando si va...’. La pesca, e il pallone: "Caro Giuseppe – scrive un altro amico – uscire di casa per fare il proprio dovere di padre di famiglia e di lavoratore e non tornare più dai propri cari non è accettabile. Ci accomunava l’amore per quel ruolo complicato e solitario che è il portiere, che abbiamo condiviso per anni, prima come compagni e poi da avversari (mai nemici) che si stimavano e che nella competizione erano di stimolo uno per l’altro con lealtà e affetto tali da indurci ogni anno a fine stagione a scambiarci le maglie. Fa buon viaggio e mura le porte anche lassù come eri abile a fare qui...".