Viareggio, ultimo atto. Il processo sulla strage torna in Cassazione: "Verità e giustizia"

Davanti al tribunale di Firenze è iniziato ieri un presidio di 32 ore (una per ogni scomparso) da parte dei familiari delle vittime "Lunedì la Corte deciderà finalmente: chi ha sbagliato deve pagare".

Tanta acqua è passata sotto i ponti di Viareggio. Tanta acqua è passata da quella maledetta notte del 29 giugno 2009, 14 anni e mezzo fa. L’acqua dei vigili del fuoco, certamente, che spense quel devastante incendio in cui morirono 32 persone, la metà delle quali subito; le altre nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi. L’ultima vittima, Elisabeth Silva, ecuadoregna di 36 anni, spirò il 22 dicembre, nell’immediata vigilia di Natale, dopo sei mesi di lunga e terribile agonia. Le 32 vittime morirono tutte bruciate nelle loro case, all’interno delle quali si era introdotto in modo subdolo il gpl rilasciato dal treno merci deragliato all’interno della stazione di Viareggio.

Ma in questi 14 anni e mezzo è passata anche l’acqua che ha già trascinato via tre dei quattro capi d’imputazione. Le lesioni colpose e l’incendio colposo sparirono dopo il processo di primo grado; l’omicidio colposo è venuto meno dopo la Cassazione che, con un colpo di spugna, ha cancellato l’aggravante dell’incidente sul lavoro. E così l’omicidio colposo – senza appunto quell’aggravante – è andato pure esso in prescrizione.

Resta in piedi solamente il reato di disastro ferroviario per non veder vanificati anni di lotta – e di sofferenza – dei familiari delle vittime. Che anche ieri hanno dato vita a un presidio di 32 ore (tante quante sono le vittime) davanti al Palazzo di Giustizia di Firenze. Striscioni e cartelli, volantini distribuiti. E le foto, le gigantografie di quei 32 loro cari che non ci sono più. E per i quali continuano a battersi aspettando giustizia.

"Brandelli di giustizia", come continua a ripetere Marco Piagentini, presidente dell’associazione "Il mondo che vorrei" che racchiude gran parte dei familiari. Il presidio di ieri cade a pochi giorni dall’apertura del secondo processo di Cassazione, la cui prima udienza è fissata per lunedì. Già fissate altre due date a dicembre e poi l’ultima a gennaio, quando è attesa la sentenza. Che dovrebbe scrivere la parola fine su un disastro avvenuto quasi 15 anni fa. Nel frattempo alcuni dei familiari delle vittime non ci sono più (vinti dalla vecchiaia o dalla malattia); i genitori sono diventati nonni e i figli (ricordate il piccolo Leo di 8 anni, il soldatino coraggioso che perse la mamma e perse due fratellini piccoli) adesso supportano i genitori in questa battaglia di civiltà. Per la verità e la sicurezza sui binari.

Dopo una lunga melina processuale si arriva dunque a rendere definitive le sentenze di merito di primo e secondo grado che hanno messo a nudo i limiti strutturali del sistema Ferrovie. Quel disastro ferroviario non accadde per caso o per la concomitanza di una serie di eventi sfortunati. Tutt’altro; le sentenze ci dicono che quel treno deragliò a seguito di una catena di omissioni che chiamano direttamente in causa le società coinvolte (italiane e straniere) e soprattutto i loro massimi dirigenti. Fra cui Mauro Moretti, ex amministratore delle Fs, che nell’Appello bis è stato condannato a 5 anni. Che non sconterà mai in carcere "perché – ribadisce Marco Piagentini – guarda caso la Cassazione è stata fissata pochi giorni dopo il suo settantesimo compleanno...". L’ultima beffa per i familiari delle vittime che adesso temono che i giudici di Cassazione accolgano i ricorsi presentati dai legali degli imputati. Circostanza che manderebbe in prescrizione anche l’ultimo reato. Per questo si preparano a un’altra manifestazione lunedì davanti al Palazzaccio di Roma. Ultimo atto – almeno così sperano – della loro estenuante battaglia. Poi, forse, quelle 32 anime potranno finalmente riposare in pace.