Trilussa, for ever. Il grande lirico degli animali dal forte estro sarcastico: "Chioccio, asprigno e liquido"

Luigi Maria Personè il 26 settembre 1926 scrive un delizioso ritratto del poeta romano . Il racconto trasporta il lettore grazie a una fantasia degna di una commedia di Petrolini.

Trilussa, for ever. Il grande lirico degli animali dal forte estro sarcastico: "Chioccio, asprigno e liquido"

Trilussa, for ever. Il grande lirico degli animali dal forte estro sarcastico: "Chioccio, asprigno e liquido"

Prima ancora che questo gigante di un metro e novanta, abbia messo piede nel suo padiglione di meraviglie, dove di solito riceve, ti raggiunge già chioccio, aspri- gno, con qualche tono liquido il roma nesco di Trilussa. E, se non sei pratico, c’è caso che tu te lo veda un braccio del Poeta là, in alto, sospeso nel vuoto, come un trabiccolo nell’aria, per scacciar le mosche e i ragni che prestarono ali ai sonetti, o una punta di naso peperone, pettegolina e intrigante. Chè con quel sistema della tribuna scala a chiocciola, palchetto intorno al bazar che, secondo le buone norme, dovrebbe chiamarsi salon à recevoir, il mitico signore dei versi può guardarvi, inosservato, le mosse di chi, a fargli omaggio, affronta impavido i rischi di una favola o di un apologo le scimmie, gli asini, i pavoni e le cornacchie, un porcellino talvolta che non è poi davvero fatica disperata. Il giuoco del Poeta può durare fin da quando la fantesca, una vecchiettina preistorica, ma furbona deve essere e sangue de Roma se n’è ita sculettante e, con licenza, ti ha lasciato lì fra serpi e coccodrilli, volpi e scorpioni, uccelli ed insetti a meditare, desolato, sui destini dell’umanità, sì che quando ti distrae, di su un leggio, un codice alluminato o il biancoschiuma baffi all’insù, viso da poliziotto un coccio di pipa ti sembra quasi che tu con la vita la buona, la casta debba riconciliarti. Tanto che tu guardi a bocca aperta, e non ti offendi più, se l’umana figura ha ritrattista imprudente deformata, satanico e il Trilussa delle Favole te l’ha scodellato fresco, come l’uomo quello ideale, quello vero. Che bella figura non pare davvero che la faccia la specie umana in così armonizzato ordine sinfonico e mentre si intrecciano sentenze e aforismi e scienza e dottrina si spande e prolifica oltre l’Arca del Diluvio: e non le resta conforto, in tanta lacrimarum valle, che nasconder la coda e umiliare la testa. Rassegnato e contrito come una persona per bene che si fa i fatti suoi e di altri non si briga. O se le accade, si esercita, rapita, a contemplare le bestie, le cicale che sanno fare solo cra cra e l’inverno trovano chi le mantiene (quer grillo che ‘sto giugno me stava sempre appresso) alla faccia delle formiche che ci lascian la vita nel lavoro; er sorcio lombetto che i pericoli supera e le difficoltà annulla nel cri cri dei suoi dentini aguzzi sul cacio buono: la ranocchia che non la burli e l’asino presidente che si fa rispettare; e leoni e rospi e galline e farfalle e pulci. E ti sta tutta orecchi, quella dabbene persona, e gesto non le sfugge, verbo non dimentica, tonalità o timbro: la pedagogia, l’etica, la politica il saper vivere soprattutto essa, manco a dirlo, l’impara proprio così. Sì che Trilussa te l’hanno pupazzettato, dopo questa impressione: gigante, pigmeo, folletto, stregone, in pigama, in frac, con la foglia di fico, ma sempre con un pizzico di non umano, un’intenzione pudica di alterargli o trasfigurargli quei segni che di Adamo lo denunziano stirpe.

Già commenta lieto il Poeta gli amici miei si sono sbizzarriti fin da quando te stampai le prime botte: facevo parlare le bestie io, essi mi conciavano a quel mo- do, e si chiamavano Michetti, Sartorio. Chè tutta Roma a conoscermi non tardò davvero, affidata com’era la mia fama al Rugantino di Giggi Zanazzo onesto e sereno foglio che ti strappavano di mano agli strilloni e portava l’allegria fino a li castelli. Ma facevo il romantico io allora e le stelle de Roma dei Prati o de Testaccio, de Ludovisi od occheggianti al Corso te le afferravo qua, come nella mano e te le spremevo e te le rigiravo che, alla fine, me rimaneva cenere fra li diti e lume solo in core. Poi.... poi se spensero tutte e me restò.... me restò la nostalgia. Ma Trilussa ha già attaccato del Don Chisciotte e di Lodi. Adolescente, mingherlino, senza un picciolo in tasca, con quattordici versi e nulla più: il direttore che lo squadra, che l’esamina, faccia burbera e un cuore grande così. Quel disgraziato se ne viene, dopo breve colloquio, mogio mogio, scornato e deluso: ma la partita è vinta, subito appena mattina, con il sonetto in prima pagina e, sotto, tanto di firma. Carlo Alberto Salustri, di onesti genitori, si chiamò da allora Toutcourt Trilussa e non gli nocque difetto di paternità.