Firenze volta pagina. L’arte si apre al moderno. Gli ’Angeli caduti’ di Kiefer invadono Palazzo Strozzi

Il direttore Galansino: "In questa città si può fare anche il contemporaneo. Offriamo una dimensione storica unica al mondo, per un dialogo irripetibile".

Firenze volta pagina. L’arte si apre al moderno. Gli ’Angeli caduti’ di Kiefer invadono Palazzo Strozzi

Firenze volta pagina. L’arte si apre al moderno. Gli ’Angeli caduti’ di Kiefer invadono Palazzo Strozzi

Direttore Arturo Galansino, un’altra grande mostra che proietta Firenze nel panorama internazionale delle capitali dell’arte non più solo antica ma anche contemporanea.

"Dal 2016 ad oggi abbiamo visto passare i più importanti artisti viventi qui a Palazzo Strozzi. Con Anselm Kiefer, a detta di molti, forse il più grande di tutti. Difficile fare classifiche, però per l’importanza dei temi trattati e per la sua lunga carriera, è sicuramente un artista unico, con un linguaggio e una voce fuori dal coro fin dall’inizio della sua carriera, portati avanti con grande coerenza".

Come è stato affrontare il “contemporaneo“ a Firenze?

"Diciamo che non è stato certo banale, perché non è una città con la vocazione al contemporaneo, anzi si è sempre detto il contrario. Palazzo Strozzi ha invece dimostrato che si poteva fare: i più grandi sono passati da qui e molti altri verranno. Devo dire che adesso sono molti a chiedere di esporre da noi. Il nostro lavoro ha avuto un’eco importante in città e infatti si sono viste tante altre istituzioni culturali pubbliche e private che si sono dedicate al contemporaneo. E ne siamo felici".

Possiamo dire che Firenze ha girato pagina?

"Certamente sì, conservando chiaramente il passato che è fondamentale: ci teniamo sempre a dire che offriamo una dimensione storica unica al mondo, con la possibilità di instaurare un dialogo irripetibile. E’ questo che offriamo ai nostri artisti, che accolgono volentieri la sfida. Ricordiamo che è grazie al suo passato che Firenze diventa contemporanea".

Palazzo Strozzi riesce a “pesare“ la ricaduta di queste grandi mostre sul territorio?

"Sì, il risultato è un turismo sostenibile, di qualità. I nostri numeri sono grandi anche se non comparabili con i grandi musei. Ma il nostro pubblico è colto, di quello che non cannibalizza la città, non fa parte del turismo di massa, che spesso sappiamo essere un fardello, capace ad esempio di mettere in crisi la tenuta del centro storico. Il nostro lavoro è in antitesi a questo tipo di turismo. E il bilancio sull’economia del territorio è molto importante. Nel 2022 si parla addirittura di oltre 100 milioni di impatto a vantaggio del commercio, degli alberghi, dell’artigianato e di tutta la filiera del turismo buono".

Chi sono i visitatori di Palazzo Strozzi?

"Prevalentemente italiani. Ciò vuol dire che arrivano soprattutto col treno, un vantaggio anche a livello ecologico. E poi è un pubblico di giovani, la maggior parte sotto i trent’anni, che sono una fetta sempre più importante, mentre di solito i visitatori delle mostre non sono mai così giovani. Così come è importante ciò che si attiva intorno alle nostre esposizioni, con iniziative per pubblici diversi, dai bambini alle persone con disabilità, cercando di essere sempre più inclusivi, e collaborando a tante iniziative per i fuori-mostra. Questo è importante perché non si vince mai da soli, ma facendo squadra con le tante istituzioni del territorio creando cicli virtuosi. Loro ci sono grati e noi siamo grati a loro".

Palazzo Strozzi è una fondazione pubblico-privata. Come prosegue questo matrimonio?

"Il contributo pubblico è intorno al 15% del nostro bilancio. Il resto è diviso in parti uguali fra le risorse proprie che creiamo con la bigliettazione e altro; e gli sponsor privati".

Qual è il rapporto con i privati?

"Un rapporto eccezionale e un fatto eccezionale in un Paese quale l’Italia dove la sponsorizzazione privata è ancora avara e la filantropia non è cosa corrente. Specialmente in una città come Firenze che non ha l’economia di una capitale mondiale. Quindi per noi è un fiore all’occhiello straordinario, possibile grazie alla qualità dei progetti e alla sostenibilità economica, che vuol dire democrazia culturale fare le cose non per pochi ma fruibile da un pubblico il più vasto possibile".