Carceri invivibili. L’Italia non può dare lezioni

Le immagini scioccanti del pestaggio di un detenuto in un carcere italiano dimostrano che l'Italia ha problemi nel sistema penitenziario. Non dovremmo aspettare tragedie per prestare attenzione. Tutti i detenuti hanno diritto a una vita dignitosa. La tortura di Stato non porterà mai alla rieducazione.

Allegranti

È giusto indignarsi per le immagini di Ilaria Salis con le manette e i ceppi alle caviglie in un tribunale ungherese, ed è anche giusto protestare contro il governo Orbán. Ma le agghiaccianti immagini che arrivano dal carcere di Reggio Emilia, e che mostrano il pestaggio di un detenuto tunisino da parte di dieci agenti di polizia penitenziaria (per loro la richiesta di rinvio a giudizio), testimoniano ancora una volta che l’Italia, sulle condizioni di vita dei ristretti, non può dare lezioni a nessuno. Non è un caso isolato, ci sono già altri precedenti. Da San Gimignano a Santa Maria Capua Vetere. Il caso Salis ha giustamente scosso la pubblica opinione e si spera che il terribile video di Reggio Emilia farà altrettanto. Le immagini, ancorché orripilanti, restano uno strumento potente nell’epoca della sovrabbondanza di stimoli e informazioni e nell’epoca della disattenzione. Possono servire, se non sono una manipolazione, ad alzare la soglia d’attenzione sulla quotidianità. Ma non dovrebbe essercene bisogno. Così come non ci dovrebbe essere bisogno di superare il record dei suicidi in carcere del 2022 – 84 – per capire che con la giustizia, l’esecuzione penale e l’ordinamento penitenziario l’Italia ha qualche problema. Davvero è necessario che qualcuno muoia o che venga pestato a sangue perché il nostro interesse si risollevi per un istante? C’è davvero bisogno del "caso umano"? Il trattamento inumano e degradante è una condizione internazionale, trasversale e diffusa. E merita sempre attenzione. Tutti i ristretti hanno diritto, a prescindere dai crimini che hanno commesso, a vivere in una condizione dignitosa. Lo dice la nostra Costituzione, all’articolo 27: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Ma nessuna rieducazione potrà mai arrivare dalla tortura di Stato.