Osvaldo Mazzoni
Osvaldo Mazzoni

Arezzo, 19 maggio 2018 - La sua notte prima degli esami è durata quasi settant’anni. Si sarebbe dovuto diplomare nell’estate del 1948, in un’Italia con ancora addosso le ferite della guerra e insieme una gran voglia di rialzarsi e correre. Lo ha fatto oggi. Una cerimonia a sorpresa, con al centro lui, Osvaldo Mazzoni. Che si è presentato al Liceo Scientifico per ritirare un certificato del nipote e scoprirà di essere invece lui il protagonista. Un regalo.

Un regalo che la sua famiglia ha costruito per i suoi 89 anni, compiuti da qualche giorno, per completare quel vuoto che era rimasto in sospeso nella notte prima degli esami e insieme nella notte dei tempi. Lui aveva frequentato il Liceo ad Arezzo, quando ancora era nella vecchia sede del Convitto. La prima vera sede autonoma, essendo nato inizialmente come una costola del Tecnico, quindi in piazza della Badia.

E lì a quanti avevano già superato la prima era stato concesso di iscriversi alla seconda del liceo. Poi il trasferimento di poche decine di metri: negli ambienti che il nostro Osvaldo aveva frequentato per quattro anni. Non un innamorato perso dello studio, ci dicono familiari e amici, e con qualche problemino (ma chi non l’ha avuto?) con la chimica. Che forse ebbe una sua parte nella scelta di allungare all’infinito quella notte prima degli esami.

Il quinto anno si era trasferito a Firenze, in un Liceo con collegio affiancato. Non per punizione, ci mancherebbe, ma per seguire la sorella, che all’epoca era già all’unversità e frequentava farmacia a Firenze. Arrivò lì, alla soglia della fatidica notte: ma lì si fermò. Forse quel pizzico di antipatia per la chimica, forse la voglia di chiudere con gli studi per passare, come in quegli anni era la tentazione comune, al lavoro. Il babbo aveva i camion a Subbiano e lui già lo seguiva: e ne avrebbe seguito le impronte, per una bella vita lavorativa.

Prima al volante poi come ferramenta: il suo negozio era all’angolo tra via Margaritone e via Spinello. Innamorato del lavoro ma a quel diploma ci ha ripensato spesso. E ogni tanto racconta che il suo sogno fisso era quello degli amici che lo chiamavano a dare l’esame. Gli amici di allora, forse anche gli amici di oggi, quelli delle bocce di Villa Severi, in quelle sintesi confuse che solo il sonno riesce a regalare.

Quattro figli, tra cui tre femmine, tanti nipoti, una moglie saldamente al suo fianco. Lo stesso pubblico che lo ha festeggiato oggi, a sorpresa: sgusciando dietro la porta della presidenza. Con la complicità sorridente dello stesso preside Anselmo Grotti.

«Siamo felici di regalare una soddisfazione a chi la merita» spiega. Un titolo ad honorem, niente che possa essere esibito in un concorso o speso nel mondo del lavoro. Ma che per lui vale e varrà oro. Perché completa un percorso partito da lontano. E chiude la sua notte prima degli esami durata 70 anni.