Pistoia, 9 gennaio 2018 - L’ultima brutale aggressione era avvenuta davanti alla scuola elementare del loro bambino, pochi minuti prima che il piccolo uscisse. Lui, 45 anni, si era presentato lì, certo di trovare la sua ex compagna. E così è stato. Dalla macchina ha tirato fuori una bottiglia di benzina e l’ha versata addosso a lei e a una sua amica.

 

Poi, non contento, ha colpito entrambe le donne con una chiave inglese che aveva con sé, ferendole alla testa, prima di darsi alla fuga, grazie all'intervento di una passante. Una scena terribile, a cui avevano assistito molte persone. I fatti risalgono al 25 maggio di un anno fa, e sono avvenuti davanti ad una scuola elementare di Montecatini.

 

Oggi è arrivata la sentenza di condanna per tentato omicidio, maltrattamenti in famiglia e porto abusivo di armi. F. P., 45 anni, originario della provincia di Potenza ma da anni residente nella Valdinievole, è stato condannato, in abbreviato, a 8 anni e 4 mesi di reclusione. La sentenza è stata letta dal giudice per le indagini preliminari Alessandro Buzzegoli. Il pubblico ministero Luigi Boccia aveva chiesto una condanna a 12 anni di reclusione. Il gip ha anche stabilito un risarcimento per le parti civili pari a 30mila euro per l’ex compagna e 10mila per l’amica di lei, che era stata coinvolta nella terribile aggressione.

 

«Faremo ricorso in appello – ha spiegato l’avvocato Silvia Natali, legale difensore dell’uomoAvevo chiesto la derubricazione del reato di tentato omicidio in quello di lesioni. L’intenzione del mio assistito era quella di intimidire non di uccidere: per questo, infatti, non ha mai usato l’accendino per dar fuoco alla benzina».

 

«Si tratta, purtroppo, di una storia che segue il copione di tante altre – commenta l’avvocato Francesca Barontini, legale del Centro Aiuto Donna del Comune, che nella vicenda rappresenta l’ex compagna, vittima dell’agguato – I maltrattamenti andavano avanti da  alcuni mesi, in moltissimi casi davanti agli occhi del figlioletto. In uno di questi episodi era stato lui stesso a chiamare le forze dell’ordine per chiedere aiuto. Sono anni che mi occupo di casi simili, e posso dire che, in questi processi le parti offese hanno bisogno di un legale che le rappresenti, soprattutto perché il processo diventa per loro il momento in cui rivivono la violenza subita, una seconda prova, nella quale hanno bisogno di un sostegno non solo legale ma anche psicologico».