Pistoia, 19 marzo 2017 - C'è un gioco che più di tutti appassiona monsieur Pennac: camminare ad occhi chiusi in piazza del Duomo, e poi riaprirli a sorpresa, indovinando il monumento che si troverà davanti. Lo incontriamo nella biblioteca del centro culturale Il Funaro, che negli ultimi anni è diventato per lui la sua seconda casa. Ogni anno ci passa almeno una o due settimane, a scrivere e a provare con la compagnia di attori gli spettacoli tratti dai suoi romanzi.

 

«E’ così – ci spiega – che ho conosciuto Pistoia. Tramite il Funaro. All’inizio, non c’è stato tempo per visitare la città. Con gli attori si vive qui dentro: si dorme, si mangia, si prova e non c’è altro. Poi, piano piano, ho cominciato a scoprire la mia Pistoia». Ci sono posti a cui Pennac è affezionato, come il negozio, nella zona di Sant’Agostino, dove dicono faccia tappa fissa prima di ripartire, per far scorta di maglioncini colorati di cashemire. Che cosa le piace di più a Pistoia? «La grandezza di piazza del Duomo. Io arrivo lì e mi siedo a contemplarla. La contemplazione, in Italia, è sempre un viaggio storico: sono là che bevo il mio caffè e posso arrivare fino al Quattrocento. E’ un grande mistero per noi che viviamo nella modernità: pensare che la maggior parte di queste bellezze sia opera di artigiani, che avevano un senso estetico così raffinato. C’è una specie di armonia che non mi stanca mai. Provo spesso a camminare ad occhi chiusi e poi li riapro, cercando di indovinare quello che vedrò. E’ un gioco bellissimo, dovete provare». C’è un posto dove ama mangiare e soffermarsi quando viene qui? «Sicuramente la cucina del Funaro. E’ qui che ho provato i piatti pistoiesi, compresa la farinata. Ma non crediate che sia una novità per me. Si tratta di un piatto tipico anche a Nizza, un piatto che mi ricorda la mia adolescenza: lì si chiama ‘socca’».

 

C’è chi è convinto che le piccole città, come appunto Pistoia, siano un palcoscenico più adatto per le manifestazioni culturali, come i festival e le rassegne. Lei che cosa ne pensa? «Ci sono tantissimi esempi di piccole città che attirano il mondo intero. Per esempio, in Francia, c’è Avignone con il suo festival. E questo è bene perché permette il decentramento. Troppo accentramento è la morte della provincia». Questo è per Pistoia un anno importante, essendo investita del titolo di capitale italiana della cultura. «Ci sono due cose che, secondo me, le hanno fatto meritare questo riconoscimento. Una di queste è il Funaro, perché è un luogo pieno di curiosità culturale, di generosità, dove si può fare tutto: dalla scrittura alle prove, fino all’allestimento delle scenografie. Tutto è messo a nostra disposizione, affinché lo spettacolo riesca. Questo centro ti accoglie, come pochi altri: ci sono le camere, il caffè e la biblioteca. La seconda attrazione è la villa di Celle sicuramente. Io conosco altre fondazioni come per esempio la fondazione Guggenheim di New York, ma non ho mai provato la stessa sensazione di fusione delle opere con la natura. E il fatto che tutta questa bellezza sia offerta gratuitamente a chi vuole vederla è eccezionale, credo che questo sia unico al mondo. Non conosco bene Giuliano Gori, ma l’idea che un imprenditore, che ha fatto la sua fortuna nel campo dell’industria tessile, abbia utilizzato questa sua fortuna per creare qualcosa di così grande, e per regalarlo non solo a Pistoia ma a chiunque voglia venire da tutto il mondo, è qualcosa di unico. Questa per me è la rappresentazione ideale di ciò che io intendo per arte».

 

Che cosa significa per lei cultura? «Esattamente questo: qualcosa che non c’entra con la proprietà privata, che è poi la mia concezione della letteratura. Il vecchio Pennac vi dice che quello che avete visto al cinema, al teatro o letto sui libri non è di vostra proprietà e tuttavia vi appartiene in modo assoluto. Ma voi avete un dovere, che è poi un dovere umano: quello di trasmettere tutto ciò che nella cultura avete amato. E’ proprio questo che Giuliano Gori ha fatto qui a Pistoia e per Pistoia».