Pistoia, 24 dicembre 2014 - È morto ieri, nella sua casa in via Cassia a Roma, Manolo Bolognini, fratello di Mauro. Lo ricorderanno come il creatore del successo di «Django», il brutale e fortunato western di Sergio Corbucci che nel 1966 cambiò le regole del genere e cui rese omaggio Quentin Tarantino con un remake che ha fatto storia. Ma il suo sodalizio con il cinema comincia molto prima. 92 anni di vita, quasi 50 di cinema e un arresto cardiaco, a fermare l’orologio di un instancabile costruttore di sogni: questo potrebbe essere il ricordo di Manolo Bolognini, nato a Pistoia il 26 ottobre del 1925 e scomparso ieri a Roma senza preavviso, salvo l’avanzare dell’età. Fratello minore di Mauro, il regista del «Bell’Antonio» a cui collaborò come del resto a numerose altre opere dell’autore toscano di «Metello», Manolo incarna fin da giovane il prototipo del produttore avventuroso e illuminato che negli anni ‘50 fece grande e spregiudicato il nostro cinema. Debutta all’inizio degli anni ’50 come aiuto e poi segretario di produzione: ha già l’ossessione del lavoro fatto bene, dell’organizzazione e come ispettore di produzione si affermerà guadagnandosi la fiducia di registi come Roberto Rossellini («Il generale della Rovere» e «Vanina Vanini»), Antonio Pietrangeli («Adua e le compagne»), Pier Paolo Pasolini («Il vangelo secondo Matteo»).
 
Sul campo si guadagna la promozione a produttore esecutivo, mestiere che proseguirà fino alla fine della carriera attiva, alternandolo a quello di produttore in proprio. Così collabora con Lattuada, Cavani, Moretti (lo terrà per la mano, grazie alla sua esperienza in «Sogni d’oro»), Wertmuller, Tarkovskji e naturalmente Bolognini, con cui ha lavorato fino al televisivo «Casa Ricordi» del 1995. In proprio debutta invece negli anni ‘60 con titoli ambiziosi come «La donna del lago» con Virna Lisi e Salvo Randone, capolavori d’autore come «Teorema» di Pier Paolo Pasolini, ma soprattutto il grande cinema popolare premiato dal pubblico da «Django» di Sergio Corbucci (1966) a «Texas addio» di Ferdinando Baldi (1967), da «Un uomo da rispettare» di Michele Lupo con Kirk Douglas a «Afyon» di Ferdinando Baldi con Ben Gazzara, da «Bubù» del fratello Mauro a un film di culto come «Keoma» di Enzo G. Castellari con Franco Nero (1976). Vitale, divertente, fantasioso e capace di sfruttare al meglio l’italiana «arte di arrangiarsi» grazie a cui sapeva dare dignità a ogni suo prodotto anche nella scarsità dei mezzi, Manolo Bolognini era uno degli ultimi «capitani coraggiosi» della sua generazione. Ancora nel 1999 scommetteva sui giovani («L’ombra del gigante» di Roberto Petrocchi, premiato alla Berlinale) e nel 2003 incoraggiava il figlio Andrea all’esordio come regista in «Raul» con Giancarlo Giannini e Alessandro Haber. A lui e alla figlia Carlotta si deve la vitalità del Centro Mauro Bolognini che custodisce la memoria e l’opera del regista.