Pisa, 1 marzo 2017 - 

Alla fine la scissione c'è stata. E non solo a livello nazionale, con Bersani, Rossi e Speranza. Lunedì sera dopo l'addio di Paolo Fontanelli dal Pd lunedì sera, nel corso dell'assemblea a comunale, hanno annunciato il oro addio anche Antonio Dell'Omodarme, Titina Maccioni e Cristiana Torti. E sabato prossimo, quando ci sarà l'assemblea provinciale il numero degli scissionisti potrebbe aumentare.

Antonio Mazzeo se l'aspettava una simile 'fuga' dal Pd?

Non mi pare si tratti di una “fuga” ma, per adesso, del riposizionamento di alcuni dirigenti con motivazioni tutt’altro che chiare e senza nessuna differenze strategica. In questi giorni ho preso parte a tante assemblee e anche la stragrande maggioranza degli iscritti hanno mostrato di non capirle. C’è, in ogni caso, il grande dispiacere per quegli amici e compagni che hanno deciso di prendere un’altra strada. Quando anche uno solo di quelli che hanno creduto nel Pd decide di guardare altrove non è mai un fatto positivo e ci si deve tutti interrogare sul perché è accaduto.

Diversi sostengono che molte altre sono congelate in attesa di vedere cosa accadrà a livello locale?

Ognuno farà legittimamente le proprie scelte. Io ricordo le parole di Enrico Rossi di qualche settimana fa quando gli veniva chiesto se pensava di lasciare il Pd: “Extra ecclesiam nulla salus”. Lui ha fatto una scelta che io giudico irresponsabile, gli assessori, i consiglieri e i sindaci a lui più vicini non l’hanno condivisa e hanno deciso di rimanere. La storia ci insegna che quando ci si divide si è tutti più deboli e mentre noi discutiamo al nostro interno là fuori il mondo reale va avanti, le destre si rafforzano e il M5S soffia sul fuoco della rabbia pur dimostrando di non saper governare laddove è chiamato a farlo. Invece di pensare ai posizionamenti personali e a gare di visibilità, questo è il momento in cui il centrosinistra dovrebbe parlare al Paese e rafforzarsi con le proprie azioni, non indebolirsi con le divisioni.

Prevede ripercussioni in Consiglio Regionale? In consiglio comunale a Pisa i numeri sono risicati e almeno tre consiglieri potrebbero decidere di abbandonare il gruppo Pd?

Come ho detto al presidente Rossi, le legittime ambizioni personali non devono interferire col lavoro istituzionale. In consiglio regionale, come in Comune a Pisa, c’è una maggioranza eletta per realizzare un programma e quella deve essere la priorità. Ribalto allora la domanda e rilancio: dato che chi è uscito dice di voler rafforzare il centrosinistra, in vista delle amministrative del 2018 facciamo un patto per Pisa in cui garantiamo fin da adesso l’unità contro la destra di Salvini e lo sfascismo del M5S garantendo che la scissione non si trasformerà in alibi per progetti di candidature personalistiche? La stessa sfida la lancio al presidente Rossi: se la sente di impegnarsi a portare avanti insieme l’azione amministrativa senza candidarsi al Parlamento in contrapposizione al Pd grazie al quale è stato rieletto? Io sono disposto a firmarli subito entrambi, chiedo a chi è uscito se pensa di poter fare altrettanto.

Sono più di due mesi che il segretario provinciale Alessio Lari si è dimesso e ancora non c'è un nome condiviso. Si parla di Sonetti, di Trapani e di Marchetti. Ma alla fine sembrano prevalere i veti più che le intese?

Anche alla luce di quello che sta accadendo, ora più che mai serve ricercare un percorso unitario. La logica del ‘tutti contro Renzi’ non porta da nessuna parte e men che meno serve al partito. Noi un nome lo abbiamo fatto e aspettiamo una valutazione ma siamo disponibili a lavorare a una soluzione condivisa e di garanzia che sia di transizione fino al congresso. Quello che chiedo è che si sgombri il campo dagli equivoci e si faccia chiarezza su chi vuole o non vuole restare dentro al Pd. Capiamo che il momento è difficile e, se serve a questa chiarezza, fermiamoci e rimandiamo l’assemblea. Vedo che, pur uscendo, più d’uno continua a interessarsi dei vari candidati al nostro congresso. E’ la dimostrazione che lo spazio per la discussione interna c’era ma non si può voler incidere da fuori nelle scelte di chi resta.

Si rimprovera niente?

Quando si fa politica ci si assume sempre la responsabilità di quello che accade. E quando si arriva a una separazione la colpa non è mai da una parte sola. Noi ci prendiamo la nostra nel non essere riusciti a ricostruire una classe dirigente nuova in grado di ridare impulso all’attività politica sul territorio e nuova energia di fronte a un partito che avevamo ereditato stanco, schiacciato sui localismi e incapace di incidere a livello regionale e nazionale.

 

 

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Fontanelli andandosene ha detto che aveva lavorato per ‘un partito che fosse inclusivo’ e, invece, ha scoperto che è 'diventato divisivo'. Una critica eccessiva?

Il Pd è nato per unire, non per dividere e sono convinto che resti l’unica possibilità per il centrosinistra di essere davvero forza riformista di governo. Siamo un grande partito dove la pluralità è un valore e non un limite, l’unica realtà veramente inclusiva e democratica e che decide la propria linea politica sottoponendola al giudizio di migliaia di iscritti e milioni di elettori attraverso il congresso. Suona curioso che l’accusa di essere divisivi arrivi da chi decide di andarsene invece di provare ad affermare le proprie idee all’interno.

Vi siete sentiti o i vostri contatti si sono limitati a soli post su Facebook?

Ci siamo visti e sentiti tante volte negli ultimi mesi. Nel week end l’ho chiamato per esprimergli anche di persona il dispiacere per la sua decisione. Al di là delle visioni politiche differenti con Paolo c’è sempre stato un rapporto di grande lealtà e schiettezza. Ci siamo confrontati e scontrati ma questa è l’essenza stessa di un partito che si chiama democratico. L’ho sentito dispiaciuto e tormentato, non credo avesse in mente neppure lui di prendere adesso questa strada.

Ieri ha pranzato con Renzi che le ha detto?

Che ci aspettano dei mesi intensi e impegnativi in cui metteremo in gioco un’idea di futuro contro le logiche del passato e l’immobilismo in cui siamo tornati dopo il voto del 4 dicembre. Abbiamo condiviso l’entusiasmo per un percorso congressuale che è il momento più alto per il nostro partito fatto di incontri e di confronto su idee e progetti per i nostri territori e per il Paese. Smettiamo di parlare di noi e di dare l’idea che viviamo per una perenne lotta di potere. ...Dobbiamo riprendere il cammino delle riforme, a partire dal miglioramento di quelle già messe in atto e in cui abbiamo commesso degli errori, condividendolo maggiormente con la nostra base. Parliamo della nostra idea di Paese, sul sociale, sui giovani, sul lavoro, sull'innovazione. Anche io vado alla Coop ma giro anche per le strade, nelle imprese, nelle università. E alle persone, ai nostri iscritti, è questo quello che interessa. Le divisioni non le capiscono e delle discussioni autoreferenziali al nostro interno non ne possono più.