Pisa, 12 agosto 2017 - "Non so niente di più, altrimenti l’avrei detto ai carabinieri quando sono stato ascoltato nel 2012 e ora non voglio ulteriori grattacapi con la famiglia Logli. No, nessuna minaccia da parte loro. Ma, come si dice?, meglio prevenire che curare». Roberto Costa è il vicino di casa di Antonio Logli che indicò il terreno nei pressi dell’abitazione dove il giorno dopo la scomparsa di Roberta Ragusa, sua madre vide l’elettricista di Geste insieme al padre Valdemaro. "Quell’appezzamento fu anche scandagliato dai carabinieri con il georadar e non fu rilevato nulla di particolare", ricorda ora Costa.

Quel terreno 25 anni fa era di proprietà della famiglia Costa e fu il padre di Roberto a venderlo ai Logli: "Io con Antonio non ho più alcun rapporto da anni - racconta il testimone - e non ho nulla di più da aggiungere rispetto a quanto ho già detto ai carabinieri. Ho appreso dai giornali dell’appello dell’associazione Penelope Italia e non saprei proprio come aiutare nelle ricerche. Fu mia madre a notare i Logli su quel terreno proprio il giorno dopo la scomparsa di Roberta. Comunque penso che i suoi poveri resti non siano lì: è troppo furbo Antonio per nascondersela in casa». Non dice di più Costa perché vuole "restare fuori da questa storia che porta solo guai, ho già fatto il mio dovere deponendo davanti ai carabinieri".

Intanto, però Penelope Italia, l’associazione che tutela le famiglie delle persone scomparse ha presentato di recente una formale istanza alla procura affinché si riprendano le battute di ricerca di Roberta, indipendentemente dall’iter giudiziario del procedimento contro il marito, condannato a vent’anni di reclusione in primo grado per omicidio volontario e distruzione di cadavere e in attesa del processo d’appello che potrebbe essere celebrato la primavera prossima a Firenze.

E’ stato Nicodemo Gentile, legale di Penelope, l’associazione che si è costituita parte civile anche al processo di primo grado celebrato con rito abbreviato, a spiegare la necessità di nuove ricerche: "I casi di Guerrina Piscaglia e Manuela teverini dimostrano che si possono fare anche a distanza di anni, come hanno fatto in quelle circostanze le procure di Arezzo e Forlì. E’ un dovere nei confronti della famiglia di Roberta e dei suoi figli trovare i suoi resti e assicurarle una degna sepoltura e un luogo dove poterle portare un fiore per ricordarla".