Arezzo, 3 gennaio 2018 - Si è ucciso all'inizio della notte della grande festa. Si è ucciso mentre i primi botti cominciavano a scuotere il calendario, mentre i suoi coetanei si vestivano per una notte di divertimento, mentre si accendevano le luci, mentre il mondo puntava l'anno che verrà.

Si è ucciso in casa, forse impiccandosi. E' morto così Giammarco, un bel ragazzo di 22 anni: una forza della natura, dice chi lo conosceva, di quelli che riescono dappertutto, dalla musica che era la sua grande passione, al calcio. Il calcio che riempiva da anni le sue giornate.

Sul sito della squadra dove giocava è calato il velo: c'è un fiocco nero, che sbatte non solo contro la festa di Capodanno ma anche con le immagini intorno, tutta vita, pallone e passione.

C'è un messaggio breve, ficcante come un passaggio di prima in mezzo all'area, di quelli che aveva imparato a fare lui. “Ora puoi prendere per mano una cometa. Ciao Gianmarco”. Come se provassero a restituirlo a quella festa che con il suo gesto ha respinto, ha ricacciato lontano.

Ieri gli hanno detto addio: tanti,una folla che ha invaso la chiesa della Misericordia e insieme anche centinaia di persone all'esterno. Lì dove frammenti di verità faticano a diventare una verità intera. Lui che lascia la festa di fine anno, decide di tornare a casa. Ed è lì che viene ritrovato prima di mezzanotte, morto. Si era diffusa l'ipotesi che si fosse lasciato alle spalle solo una lettera. Ma da persone molto vicine alla famiglia ci arriva una  smentita: nessuna lettera è stata trovata, il gesto resta avvolto nel mistero. Insieme alle risposte che tutti vorrebbero. 

Risposte per spiegare quello che ieri, ai funerali, martellava nella testa degli amici, dei parenti, dei suoi vecchi professori. Dei suoi compagni della squadra di calcio. «Basta morire così»: don Alvaro, con la pacatezza della fede, sussurra il grido al quale tanti vorrebbero dare voce. Sulla cassa di legno i fiori, dei colleghi di lavoro e della squadra di calcio. A fianco il suo cane, che si muove in continuazione, sembra non darsi pace.

Don Alvaro sussurra dall’altare, le sue parole sono una carezza al giovane ma insieme anche a chi soffre. I giovani sono la maggioranza: i più restano dietro, forse per discrezione, forse per nascondere le lacrime che scendono copiose.

«Basta morire così» ripete don Alvaro. Ma poi va oltre, prova a superare i metri che lo dividono dai giovani in fondo alla chiesa. «Troppe volte questi gesti estremi spuntano a vent’anni: ragazzi, i silenzi non servono. Trovate il coraggio di chiedere aiuto. Una pena condivisa è una pena dimezzata. Non chiudetevi in voi stessi e siate aperti alle difficoltà dei vostri amici». Il sacerdote tutto vuole meno che far scattare i sensi di colpa. Che pure in queste situazioni sono lì, ingiusti ma difficili da scacciare.

«Da novembre aveva quasi smesso di venire agli allenamenti: si era ripresentato nell’ultima partita" raccontano gli amici del calcio. In apparenza espansivo come al solito. Ma qualcosa a quel punto forse si era già rotto. Eppure aveva avviato un’attività lavorativa, aveva la sua passione per la musica coltivata da sempre. Aveva il calcio, tanti amici, una splendida famiglia intorno. C’era qualcosa in questo suo mondo che cominciava a incrinarsi? Forse sì ma nessuno sa dire cosa.

Forte e infrangibile in apparenza, in realtà fragile come tutte le persone più sensibili. Si è visto perso, ha deciso di dire basta. Morendo tra i botti di fine anno, come il protagonista de «La meglio gioventù». La stessa che aveva nel suo dna.