Il giornalista David Allegranti avvia oggi la sua collaborazione con La Nazione. Si occuperà di politica e attualità con la rubrica settimanale Pecore elettriche, in uscita la domenica.

Firenze, 15 novembre 2020 - La Toscana è zona rossa. Si dirà: e dove è la notizia? Un tempo qua erano tutti comunisti, o quasi. Allora ricapitoliamo per i più distratti, specie dalle parti della Regione Toscana: questo rosso non è politico, c’è un’emergenza sanitaria in corso e da circa otto mesi il coronavirus si diffonde nel nostro Paese, a eccezione dell’estate appena trascorsa, quando c’era chi pensava che bastasse il sole della Versilia a farlo sciogliere. Sicché, in dieci giorni siamo passati da gialli a arancioni e a rossi (non Enrico, che nel frattempo si è messo a fare l’assessore a Signa), perché l’indice di contagio Rt, cioè la velocità con cui il virus si diffonde, è troppo elevato (1.8, il più alto d’Italia); perché la percentuale di tamponi positivi è troppo alta (22,3 per cento); perché il sistema di tracciamento è saltato.

Nell’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità, c’è una percentuale allarmante sul tracciamento: in Toscana, solo nel 39,9 per cento dei casi confermati di infezione è stata fatta una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti. In Campania, dove pure il caos politico-istituzionale abbonda, il tracciamento dei casi è stato fatto al 96,6 per cento. Nel Lazio all’88 per cento, ancorché in diminuzione rispetto alla settimana precedente. A poco serve annunciare adesso assunzioni di tracciatori, perché nel frattempo i positivi, come i celebri buoi, sono già da tempo scappati dalla stalla. Il presidente della Regione Eugenio Giani, tuttavia, si sente “amareggiato”, pare anche che abbia detto la sua al governo. I dati sono vecchi, ha spiegato. Di fronte alla decisione di far passare da arancione a rossa una Regione che durante la prima ondata aveva lavorato egregiamente «mi scatta quell’orgoglio di toscano», ha spiegato.

Giani lo conosciamo bene tutti, la carta dell’orgoglio l’ha giocata anche in campagna elettorale, quando c’era da battere Susanna Ceccardi con il richiamo della foresta per il rosso (in quel caso non più sanitario ma politico) di antica tradizione. Molto bene: non è di orgoglio che abbiamo bisogno. Non servono sindacalisti della toscanità, difensori d’ufficio di noialtri fiorentini, senesi e pisani sfigati. Servono contromisure all’altezza e serve personale politico adeguato alle sfide del tempo.

Per ora non siamo partiti bene. Dopo aver passato settimane a tracciare gli assessori della giunta, anziché i contagiati, il rivoluzionario centrosinistra ha partorito parecchi topolini. Come l’assessore alla Sanità Simone Bezzini, ex presidente della Provincia di Siena. Basta vedere il suo curriculum per capire che la sanità – che vale oltre l’ottanta per cento del bilancio regionale – non rientra fra le sue competenze. In un momento così complicato, tutto serviva fuorché il bilancino sulle correnti interne al Pd. Non è questione di mettere un primario ospedaliero alla guida dell’assessorato, ma avere politici esperti delle cose che trattano. Altrimenti, fra riformisti e populisti qual è la differenza?