Firenze, 19 febbraio 2018 - L’uomo alto e magro arriva con una specie di livrea, giacca da marinaio e berretto da capitano. Sorride, mentre ci apre la porta di una mitica 2 Cavalli bianca un po’ sgangherata, e voilà: si parte. Si può andare a giro col tetto spalancato nonostante il nebbione e l’umidità. ‘Bienvenue’ a Parigi, fosse anche il primo, o il vostro esimo viaggio nella Ville Lumiére, è uguale. Bienvenue. 

Tre amiche e quest'idea di staccare dalla quotidianità per tre giorni, 48 ore, che comunque bastano per respirare un’altra aria, lontane dalle scrivanie, dalle solite facce, dai soliti supermercati, dalle beghe quotidiane. Parigi dunque. Un po’ per scelta low cost e un po’ per curiosità si evitano i soliti giri turistici. Poche città come questa sono adatte per scovare alternative curiose, divertenti e a poco prezzo.

Non è cambiata Parigi: è sempre vasta e dispersiva, e le distanze tra le singole attrazioni possono essere enormi. E’ impensabile girarla solo a piedi o sottoterra. E del resto è impensabile usare un’auto propria o un taxi. Perché  poi,  ‘oui’, tre giorni possono comunque essere sufficienti per avere un quadro allegro e più leggero della magnificenza di questa capitale d'Europa dove ancora nessuno parla una sillaba di italiano,  a parte rare eccezioni. 

Fateci un crocione sopra: qui solo la lingua madre e poco,  pochissimo inglese. Ma italiano, mai e poi mai. Parigi, che fa parte dell’immaginario collettivo per la sua bellezza, ma anche per il suo aspetto più bohèmienne ed artistico.

Con Sabrina e Betty il nostro itinerario inizia da tre aeroporti diversi: Milano, Bologna, Firenze, per ritrovarci in un piccolo hotel tre stelle vicino a Republique. Viaggiamo low cost, e dall’aeroporto de Gaulle si raggiunge Parigi con la Rer. 

Ci armiamo di biglietti validi un paio di giorni, con la Paris Visite per girare la città in metro e bus, nella zona centrale. Pensiamo all’alternativa con un carnet di una decina di corse a testa, poco dispendiose. Ci ritroviamo noi tre dopo aver volato un’oretta e mezzo, fresche come rose, decise a sperimentare questo nuovo itinerario tutto nostro. Subito, nel pomeriggio, Parigi ci accoglie in un caos uguale al nostro, mentre cerchiamo il  Musée Yves Saint Laurent nel palazzo di Avenue Marceau 5, presigiosa e storica sede dell’atelier dello stilista e, dal 2004, quartier generale della Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent. E’ stato appena inaugurato, cioè il 1 ottobre: una fila lunga così di giapponesi è prima di noi. All’interno il museo, che chiude alle 18, è preso d’assalto. Tutto ci parla di Yves, il creatore, l’inventore della moda, che ha regalato il senso del gusto al mondo. Assieme ai nostri Gucci, Ferragamo, Pucci, naturalmente.

Ecci qui abiti cult, usati da regine e star hollyvoodiane. I gioielli, sono davanti a noi e fremono di piacere e gusto giovani stilisti dai pantaloni alla caviglia. Si può entrare anche nello studio di Yves, che sembra fermo, come se lo stilista dovesse tornare da un momento all’altro. Sulla scrivania bianca, le carte, i fascicoli, gli appunti, le foto e i modelli. I giapponesi fotografano, e allora pure noi. La stanchezza da trasbordo merita una cena carina, da dividere in tre. Scegliamo La Maison Blanche che si chiama così perché si possono ammirare i tetti di Parigi. Come diceva Puccini in Boheme? «Nei cieli bigi guardo fumar dai mille comignoli Parigi». E infatti sono qui, davanti a noi, mentre ci spalmiamo del burro su caldi pezzetti di baguette. Fissato per il giorno dopo il giro di un’ora della città a bordo della mitica 2CV. Ritrovo quasi all’alba, di fronte allo showroom della Citroen sugli Champs Elysées. L’uomo in livrea, Tanguy le Berre ci aspetta per accompagnarci in questo viaggio. Giustamente ci offre delle coperte nere di pile, si può fare questa giratina, anche se fa freddo. Ci fotografiamo mentre entriamo, e ci fotografano tutti. Le tre dive italiane, oui. 

La macchinina scoperchiata, che ansima per le vie della città e si cambia con la cloche, fa simpatia e raccattiamo sorrisi. Per caso ci troviamo davanti al mitico Crazy Horse, il night delle donne dalle gambe più lunghe del mondo, dove c’è gente in fila fin dal mattino.  Diciamo che chi sta davanti a questo locale non ha l'aria da maniaco: anzi. Sembrano tutti intellettuali intenti ad aspettare il loro turno di cibo per la mente. Ah, i francesi. Che charme.

Non poco golose, decidiamo che a Choco-Story Paris, ci potremmo regalare una bella visita del Musée au Chocolat, sul boulevard Bonne Nouvelle. Profumo. La morte sua. Il profumo, l’aroma il colore, la forma: tutto passa da questo gusto. Compreso l’amore degli Aztechi per il cioccolato e come hanno segnato l’opera dei fagioli di cacao. Sorseggiare e fare il proprio cioccolato caldo fa benissimo. Si scoprono oltre 4mila anni di storia del cioccolato e perché era così importante nei riti del passato e chissà perchè odiato da Cristoforo Colombo. Qui ci sono più di mille oggetti legati al mondo del cioccolato.

Alle degustazioni crolliamo nel gusto, sprofondiamo nel piacere, in odore peccaminoso di cioccolate sciolte, aromi cioccolatosi e vellutati.  Per salutare Parigi ci regaliamo una incredibile cena su un bus a due piani che si chiama Bustronome Arc de Triomphe. E’ tutto vetri, offre a bordo una cucina preprata da chef francesi e una straordinaria vista di Parigi. Parte dalla stazione metro de Gaulle Etoile, di Avenue Kleber. Mentre ci servono, ci scorrono sotto gli occhi tutti i monumenti che abbiamo schivato: Museo del Louvre, Arco di Trionfo, Notre-Dame, Sacro Cuore, Giardini del Lussemburgo, Concordia, Centro Pompidou, tutti. Le portate si concludono non a caso davanti alla Tour Eiffell, esattamente nel momento in cui si illumina.  Noi tre brindiamo con champagne, forse. Non male come ‘au revoir’.