Matulli: “Così la ricerca storica può aiutare ad un futuro di pace"

Proponiamo l’intervista inedita al presidente dell'Istituto storico toscano della Resistenza. Si parla delle tante vicende ancora divisive che hanno caratterizzato l'Italia della Seconda mondiale e in particolare dopo l'8 settembre 1943 e della necessità della ricerca storica quale elemento fondamentale di un dibattito imparziale

Giuseppe Matulli

Giuseppe Matulli

Firenze, 11 febbraio 2024 – Giuseppe Matulli, presidente dell'Istituto storico toscano della Resistenza, mostra anche in questa intervista inedita la volontà di creare dialogo, confronto costruttivo, dibattito virtuoso. Si parla della necessità di una memoria condivisa quale patrimonio comune di pacificazione che guarda al futuro. Si parla delle tante vicende ancora divisive che hanno caratterizzato l'Italia della Seconda mondiale e in particolare dopo l'8 settembre 1943.

Il ricordo per essere tramandato e diventare insegnamento di vita deve essere rafforzato dal senso di giustizia. Ma non c’è giustizia definitiva senza coltivare l’importanza della memoria. Condivisa. Un bene comune per capire cosa è successo, per leggere e approfondire le vicende del nostro paese con imparzialità e per trasmettere gli insegnamenti della storia alle nuove generazioni. Ancor oggi, relativamente a tante vicende italiane della Seconda guerra mondiale e in particolare al periodo di guerra civile nel nostro Paese, non si riesce ad avere una memoria condivisa. Come mai? "Tramandare la memoria soprattutto in un periodo come dal 1943 ad oggi è compito del dibattito storico, che è, appunto, “un dibattito” perché non perviene una volta per tutte ad una verità condivisa (che è soprattutto un fatto culturale e politico). Non si spiegherebbe altrimenti il continuo rinnovarsi del dibattito storico con approfondimenti e nuove interpretazioni delle varie epoche storiche. Diversa è l'utilizzo politico che si può fare delle vicende “di allora” per il dibattito politico “di oggi”. Per cercare di contribuire alla chiarezza di questa distinzione tra dibattito storiografico e dibattito politico vorrei sottolineare come questa tendenza non sia esclusiva del dibattito sulla Resistenza: ancora nel Secondo dopoguerra non erano infrequenti i richiami che alcune forze politiche facevano alla loro natura di “forze risorgimentali” (in particolare liberali e repubblicani). Eppure si trattava di un fatto, il risorgimento, sul quale - almeno ufficialmente - esisteva una memoria condivisa che individuava nel diverso, ma alla fine sostanzialmente convergente, contributo di Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, l’artefice del nostro Risorgimento. Il richiamo era anche (ma non solo) alla laicità di un processo realizzato contro lo Stato della Chiesa, e avveniva pur in presenza di una situazione totalmente diversa da quella del secolo precedente. Nel secondo dopoguerra prevaleva la “novità” di un partito maggioritario organizzato dai cattolici, che però operava in un contesto totalmente diverso che aveva superato il ventennio fascista e la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e vedeva sostituite le classi dirigenti risorgimentale da partiti di massa nemmeno pensabili fino alla seconda metà dell’800. Mentre la polemica sulla laicità dello stato proseguiva sul piano politico, su quello storiografico non era certamente l’esistenza di una memoria condivisa sul Risorgimento a fermare il dibattito". La storiografia di questo periodo, secondo lei, è stata ostaggio di un pensiero 'unico' legato essenzialmente a una visione di Sinistra, di esaltazione delle gesta partigiane oppure no? "Credo che sia giusto distinguere i diversi livelli degli “eventi”, dei “fatti” e delle diverse “gesta”. L’evento storico ruota attorno al fascismo su cui non credo sia difficile avere chiari alcuni punti. Il fascismo è legittimato al potere dall’incarico conferito a Mussolini dal Re Vittorio Emanuele III, il fascismo al potere occupa lo Stato (anche con la violenza: l’assunzione di responsabilità il 3 gennaio del 1925 del delitto Matteotti) realizza la dittatura, promuove il razzismo, scatena la guerra, sempre avallato dal Re. Mussolini riceve la sfiducia dal Gran Consiglio del Fascismo (organo del partito fascista che ha assunto valore costituzionale) e si presenta al Re, che “ne riceve le dimissioni” e determina la nascita del governo Badoglio. Il fascismo non organizza l’opposizione politica al governo legittimo (perché legittimato dal Re), ma tradisce il paese costituendo un governo alternativo concordato e appoggiato dal nemico del governo legittimo, il terzo Reich. L’avventura italiana della guerra si trasforma nel più catastrofico esito per il paese: che deve affrontare la violenza della "fuorilegge" Repubblica Sociale Italiana che squalifica l’Italia lasciata in balia delle truppe alleate, che vengono a liberarci dal nostro sfacelo, essendo un paese sconfitto e disonorato. Questi, credo, siano eventi incontrovertibili. Rispetto a questa situazione vi sono le azioni militari e politiche che vengono portate da De Gasperi, Presidente del Consiglio Italiano, di fronte alla conferenza della pace di Parigi il 10 Agosto del 1946, per rivendicare l’azione degli antifascisti italiani di fronte ad una assemblea, come è noto, fredda e ostile, rivendicando l’entità della partecipazione italiana alla liberazione con queste parole (tratte da quel discorso) “tutta la Marina da guerra, centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, il Corpo Italiano di Liberazione, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti”, determinanti furono i “partigiani autori soprattutto della insurrezione del Nord. Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre centomila uomini fra morti e dispersi senza contare i militari e i civili vittime di nazisti nei campi di sterminio e i cinquantamila patrioti morti nella lotta partigiana”. Questi fatti che avvennero durante i governi del CLN nell’Italia occupata dagli alleati e dai tedeschi, sopra e sotto la linea del fuoco che risalì la penisola per 18 mesi, fu preceduta (ricorda De Gasperi) “dalla lunga cospirazione dei patrioti che in patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici” dagli “scioperi politici delle industrie del Nord”, da “l’abile azione clandestina degli uomini della opposizione parlamentare antifascista. Quelli ricordati sono gli “eventi” rivendicati da De Gasperi per far rientrare l’Italia nel contesto internazionale, e su questo credo che la storiografia sia sostanzialmente concorde pur rimanendo aperta a nuovi ulteriori contributi All’interno di questi eventi ci sono i singoli “fatti”, che sul piano militare riguardano anche le vicende come quella di Cefalonia, e la scelta dei 650 mila prigionieri che preferirono la prigionia tedesca alla adesione alla RSI, a cui vanno aggiunti fatti diversi come le stragi nazifasciste a cominciare da quelle di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, per proseguire con le migliaia di stragi con più o meno vittime che hanno caratterizzato quasi l’intero territorio nazionale, fino a costituire una sorta di elemento identitario nazionale. Anche questi credo che siano fatti la cui oggettività non lascia dubbi e controversie. Poi ci sono quelle che lei chiama le “gesta” partigiane che sarebbero quelle legate ad una sorta di pensiero unico, legato ad una visione di sinistra. Credo che la memorialistica sia vasta e variegata, ricordo, con riferimento a Firenze, soltanto a titolo di esempio tre protagonisti di diverso orientamento politico Carlo Francovich del Partito d’Azione che scrive “La resistenza a Firenze”, naturalmente come tutte le memorie fu oggetto di apprezzamenti e di garbate contestazioni, Orazio Barbieri del PCI che scrisse “I ponti sull’Arno” dedicata alla resistenza a Firenze, Vittore Branca che partecipava al CTLN designato dalla DC che ha scritto “Ponte Santa Trinita (per amore di libertà e per amore di verità)” per indicare una mera esemplificazione. Naturalmente si tratta di esperienze e punti di vista diversi di fatti che furono controversi nella valutazione dei protagonisti nel momento in cui si svolgevano, figuriamoci nelle memorie successive. Non v’è dubbio che i partigiani di sinistra siano stati i più organizzati ed anche i più impegnati nella memorialistica scritta e orale, e che nella trasformazione critica che è avvenuta la mancanza di un dibattito sulle prospettiva ed anche la crisi dei partiti della sinistra tradizionale, finiscano col far svolgere un ruolo di supplenza alle memorie della guerra ormai lontana e alla stessa organizzazioni partigiane, e di sostituire un dibattito sulle prospettive con un tentativo di attualizzare vicende che appartengono piuttosto alla ricerca storica, che è fertile e si arricchisce continuamente. Anche sulla resistenza toscana e fiorentina non sono mancate e non mancano pubblicazioni frutto di ricerca storica (oltre alla ricordata memorialistica), a livello nazionale la serie ampia della storiografia sui fatti della resistenza si è più recentemente arricchita dalla pubblicazione di “Storia della Resistenza” di Flores e Franzinelli, un contributo ricco e non certamente configurabile come frutto di una visione precostituita, ma come tutte le ricerche storiche è un contributo importante a un dibattito che si svilupperà ulteriormente". In tanti paesi toscani c'è una storia legata al passaggio dei tedeschi, alla guerra partigiana, alla rivolta dei cittadini. Un patrimonio da coltivare specialmente per far conoscere alle giovani generazioni cosa vuol dire violenza, odio, guerra. Capita che le ricostruzioni siano divisive invece che patrimonio comune. Come mai? "Questo è un problema reale ed assume aspetti paradossali, capita spesso di essere invitati a celebrazioni di anniversari di fatti storici della resistenza e di trovare (è capitato a me) i rappresentanti delle forze armate alleate: i militari Scozzesi, Neozelandesi, o rappresentanze diplomatiche degli USA rendere omaggio ai fatti della resistenza italiana (Toscana nelle mie personali esperienze), con una convinzione che spesso non si ritrova fra tutti gli italiani. Su questo tema si pone certamente un interrogativo con una valenza più ampia. Dove si è sbagliato? Fra le scelte più dirompenti realizzate sotto la guida dei governi del CLN ci fu la scelta istituzionale, il 2 giugno del 1946 l’Italia divenne Repubblica, con un referendum nel quale il nord repubblicano prevale con 12 milioni di voti sui 10 milioni di voti del sud monarchico, una spaccatura del paese che è politica e geografica, brillantemente superata dall’Assemblea Costituente che elegge capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola qualificatissimo esponente monarchico napoletano. Quella elezione significò che la Repubblica era di tutti e non solo dei repubblicani (penso che la scelta sia stata consapevole altrimenti non si spiegherebbe che quella elezione fosse avvenuta a larghissima maggioranza), la conseguenza fu che mai più c’è stato un tentativo di rimettere in discussione la repubblica, anzi sarebbe un evento considerato giustamente incomprensibile. Il due giugno è una festa nazionale pacificamente accettata al punto da essere anche poco enfatizzata. Il 25 Aprile, ben presto più che la Festa della Liberazione, (cioè dell’Italia antifascista “per Costituzione”), è diventata la festa degli antifascisti, che nel frattempo non essendo più uniti da un nemico da sconfiggere danno significati diversi alla battaglia combattuta e alle prospettive create. Il problema è tanto fondato che una qualificata semiologa come Valentina Pisanty vi ha dedicato una analisi molto attenta pubblicata da Bompiani col titolo significativo “I guardiani della memoria, e il ritorno delle destre xenofobe”. Si tratta dunque di un problema politico e culturale che è la risultante di diversi apporti, l’attività dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea si impegna con il patrimonio archivistico ingente, con le ricerche, con la didattica, con i corsi di formazione per gli insegnanti a rendere i termini più oggettivi, non per affermare verità assolute ma per partecipare al dibattito sulla base di ricerca storica e non di opzioni politiche".