Claudio Cecchetto
Claudio Cecchetto

Viareggio, 3 novembre 2019 - Lui, Claudio Cecchetto, uno dei padri storici della dance in Italia, di intrattenimento se ne intende. Sia come uomo di spettacolo, scopritore di talenti, produttore, che come gestore di locali. La proposta di legge per una ‘safe dance’, un divertimento più sicuro, come sarà portata in approvazione al Consiglio regionale della Toscana, lo convince. Ma a una condizione: che vi sia la piena condivisione da parte di tutti i soggetti in campo e non ci si limiti, come accade spesso in Italia, «a lanciare uno spot che ha un grande impatto ma poi finisce lì, perché con il passare del tempo non si applicano più le parti fondamentali del provvedimento».

Che, lo ricordiamo, sono sostanzialmente cinque: chiusura al massimo alle 4 anticipando l’apertura, l’installazione e l’utilizzo di defibrillatori, gli addetti alla sicurezza che non siano solo buttafuori ma anche in grado di soccorrere chi è in difficoltà, test antidroga agli ingressi. Oltre all’adesione volontaria. Cecchetto ne ha viste tante negli anni, da quando nel 1975, giovanissimo, decise di dedicarsi alla musica recitando un po’ tutti i ruoli di questo variegato mondo.

 

 

 


DROGA E LOCALI: SMETTIAMOLA CON LE IPOCRISIE (di A. Pini)

C’è una condizione di fondo perché questo provvedimento in Toscana abbia successo e possa anche essere esportato ?
«Innanzitutto mi fa piacere che sia la vostra regione quella da cui è partita l’idea, che non è certo la prima ma ha bisogno di certezze perché abbia successo. Ci debbono innanzitutto credere i soggetti interessati. Vale a dire proprietari, gestori e frequentatori dei locali. Se non c’è credibilità, o chiamiamola convinzione che questi provvedimenti possano avere successo, non si va lontano».

A partire dall’orario...
«Beh, io ho vissuto l’epoca in cui i locali aprivano alle 21.30 e ora siamo arrivati a oltre la mezzanotte. Bisogna far capire ai giovani che c’è una serata giusta che inizia e finisce a ore giuste».

I buttafuori visti non più solo come figura in chiave repressiva, ma anche preventiva...
«Sulla riviera romagnola a suo tempo fui uno dei primi a inventarmi una security che fosse tale e non rappresentasse un po’ la macchietta del gigante che prende gli esagitati e li sbatte fuori. E’ chiaro che una discoteca non potrà mai essere un ospedale, ma l’utilizzo dei defibrillatori e la formazione della security per il loro utilizzo è un’idea importante che non va fatta cadere. L’altra sera a Como ero in un locale che ha puntato molto su questo aspetto sicurezza».

Trasporto collettivo dei frequentatori e car sharing ?
«Qui la faccenda mi pare più complicata. Ci sono esperimenti
riusciti in cui l’autista sobrio si fa tutore degli altri. Ma è tutto molto complicato e anche nelle ultime settimane ci sono stati, purtroppo, eventi drammatici in cui proprio il conducente era il più alterato del gruppo».

Sui controlli antidroga all’ingresso si può fare qualcosa di importante?
«Penso che su questo, come sugli altri argomenti, sia necessaria la condivisione di ragazzi e ragazze su motivi e obiettivi di ciò che si vuole realizzare. I giovani in generale partono dal presupposto che si voglia solo la repressione, ma non è così e si cerca rendere il loro divertimento più sicuro, nel rispetto della privacy di tutti».

Ma, come si diceva, è importante che si vada oltre l’annuncio...
«Indubbiamente sì, è fondamentale. Si sono visti nel tempo altri casi di annunci propagandistici rimasti tali. Passato l’impatto emotivo della proposta, sia la politica che quanti nel mondo del divertimento lavorano non hanno creduto più in questi obiettivi. Per raggiungere il traguardo bisogna remare tutti dalla stessa parte».
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