Marco Camuffo, 48 anni, all’uscita del tribunale di Firenze dopo un’udienza del processo
Marco Camuffo, 48 anni, all’uscita del tribunale di Firenze dopo un’udienza del processo

Firenze, 13 gennaio  2021 - Ha deciso di voltare pagina, provando a chiudere, o meglio socchiudere, la porta su un passato che resta un incubo da cui sarà impossibile liberarsi definitivamente. Ha sfidato il periodo di crisi, causa pandemia, decidendo poco prima di Natale di aprire un bar nel centro di Prato. Lo stesso locale che, per anni, è stato gestito da una donna di nazionalità cinese, arresasi di fronte all’esplosione dell’emergenza sanitaria.
La seconda vita di Marco Camuffo, 50 anni, l’ex carabiniere del nucleo radiomobile di Firenze condannato nel 2018 in rito abbreviato a quattro anni e otto mesi per violenza sessuale su una turista americana, incontrata durante il servizio in una discoteca al Piazzale Michelangelo, e in attesa del processo di Appello che si aprirà il 4 febbraio, inizia così.

"E avrei voluto farlo senza avere pubblicità alcuna. E invece sono qui a dovermi quasi giustificare...", dice sospirando. "Dovevo pure vivere e mantenere la famiglia", confessa da dietro il bancone del bar alimentari "Pan Caffè", inaugurato insieme alla fidanzata il 21 dicembre.
"Le difficoltà sono tante", dice con un filo di voce rotta dall’emozione e gli occhi lucidi. "Il bar era il nostro sogno ", spiega insieme alla compagna con cui sta insieme da un anno.
"Ho cercato lavoro per quattro anni senza riuscire ad avere nemmeno una proposta. Mi sono ritrovato da un momento all’altro senza lavoro. Tra la crisi, la vicenda personale e l’età, non è stato facile. Avevo avuto alcune possibilità in diversi istituti di vigilanza privata vista anche la mia professione ed esperienza ma poi non si è concretizzato nulla. Che cosa dovevo fare? L’unico modo per sopravvivere è stato quello di aprire un’attività in proprio. Adesso non so come andrà a finire, mi porto questa croce addosso da cui non riesco a liberarmi".
Camuffo e il collega di pattuglia Pietro Costa vennero accusati, nel settembre 2017, di violenza sessuale su due studentesse americane che gli ex militari riaccompagnarono a casa al termine di una serata in discoteca con l’auto di servizio. Il processo ha avuto un forte clamore mediatico e più volte Camuffo e Costa sono finiti sulle prime pagine di tutti i giornali.
Per Camuffo la condanna è arrivata dopo poco più di un anno perché ha scelto la via del rito abbreviato. Il collega invece ha preferito il rito ordinario. L’ex carabiniere si è sempre difeso sostenendo che il rapporto con la studentessa americana era stato consenziente. Tesi smentita con forza dalla vittima che quella sera, come accertarono le analisi eseguite subito dopo in ospedale, era completamente ubriaca. Motivo per cui oltre alla violenza sessuale il carabiniere è stato condannato anche per consenso viziato dall’alcol. Tra poco, potrà riprovare a convincere i giudici.
"Non voglio dire nulla su quella vicenda", taglia corto Camuffo. "Il procedimento non è concluso, mancano due gradi di giudizio. Sono in attesa dell’Appello, spiegherò di nuovo le mie ragioni". I due carabinieri sono stati licenziati pochi mesi dopo il fatto. "Certo che mi manca l’Arma. Era il mio lavoro, l’Arma si sceglie. Punto e basta", dice con la voce piena di rammarico.
"Ho aperto il bar per lavorare, dovrò pur vivere di qualcosa. Ripeto, nella m ia posizione non era facile trovare un’occupazione, per di più di questi tempi. Per qualche tempo ho fatto le consegne a domicilio per un forno ma è durata poco. Adesso penso solo a guadagnarmi i soldi per tirare avanti in modo onesto e l’unica strada possibile da percorrere è stata quella di aprire un’attività privata. Ho solo voglia di tranquillità, ormai è solo questo che chiedo dalla vita".