Il rastrellamento del Ghetto di Roma
Il rastrellamento del Ghetto di Roma

Firenze, 16 ottobre 2021 - Lasciarono le loro case, le loro cose, le loro vite. E dissero per sempre addio a Roma, dove non fecero più ritorno. Nel giorno in cui avvenne la più grande deportazione della storia d’Italia, nel Ghetto della capitale si potevano vedere solo scene strazianti: donne che urlavano, bambini che piangevano, tedeschi che sbraitavano e sferravano calci per farli camminare. Era il 16 ottobre 1943, un sabato d’autunno. Qualche ora prima, sul far dell’alba, nei cortili della caserma di Macao e di un ex convento in via Salaria, dove alloggiavano le tre compagnie di Polizia d’Ordine tedesche, erano stati impartiti i primi ordini di un’operazione ‘straordinaria’ da compiere in mattinata. Nel mirino c’erano 8.000 ebrei: dovevano essere catturati di ogni età e in qualunque condizione di salute.

A bordo dei loro camion, i nazisti si diressero nei 26 distretti in cui era stata suddivisa la città. Le operazioni di rastrellamento del Ghetto di Roma iniziarono dopo le ore 5.30. Piccole squadre composte da tre a sei agenti l’una, si recarono agli indirizzi assegnati. Alcuni rimasero di guardia ai camion, altri fecero irruzione nei palazzi e negli appartamenti sorprendendo gli ebrei nel sonno. Alle famiglie venne consegnato un biglietto in italiano: dovevano portare con loro viveri per otto giorni, carta d’identità, bicchieri, denaro e gioielli. Avevano 20 minuti per preparare le valigie e abbandonare  le case dopo averle chiuse a chiave. Nell’area dell’antico ghetto furono chiuse tutte le strade di accesso, nelle altre zone sorvegliati i portoni. Tutte le vie di Portico d’Ottavia erano state bloccate dai tedeschi, in modo che per quelli che abitavano nel centro non vi fosse alcuna via di scampo.

Le notizie sulla razzia in atto si diffusero velocemente, per questo non tutti gli ebrei vennero catturati. Una parte di loro, al momento della retata, erano riusciti a fuggire scappando sui tetti, per i cortili interni o rifugiandosi sui tram. Bussarono a portoni sconosciuti, dove portieri e vicini li misero in salvo. Altri, non sapendo dove e come nascondersi, vagarono per la città. Ad aiutarli furono spesso i passanti, che spontaneamente li accolsero in casa. Molti ebrei padri di famiglia, pensando di venire deportati in campi di lavoro aperti solo a uomini, erano convinti che stavano cercando solo loro. Le mogli e i figli rimasero perciò in casa, e questo spiega perché quel giorno vennero deportate più donne (689) e bambini (207) che uomini (363). La comunità ebraica era inoltre convinta che non sarebbe avvenuto alcun arresto, poiché giorni prima erano stati consegnati ai tedeschi 50 chili di oro, chiesti per non procedere alla deportazione di 200 ebrei. Oro che, alla fine della guerra, fu rinvenuto nell’ufficio del gerarca nazista Kaltenbrunner, direttore dell’Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich.

Intanto nel Ghetto l’inferno era ovunque. Alcuni nazisti, particolarmente zelanti, forzavano le porte con veemenza, mettevano fuori uso le linee telefoniche, perquisivano i palazzi per intero. Altri, in particolare i componenti della Polizia d’Ordine, si limitarono a bussare. Ai Parioli, al Trionfale, alla Garbatella come del resto in tutta la città, gli uomini che formavano le squadre di arresto restrellarono le persone di casa in casa. Tutti, compresi gli ebrei gravemente ammalati, dovevano raggiungere i camion che man mano andavano riempiendosi in un’atmosfera di terrore, dove gli ordini venivano urlati in una lingua incomprensibile sotto la minaccia dei mitra spianati. La retata si concluse nella tarda mattinata. Più di mille persone vennero caricate sui camion e condotte prima al campo di concentramento italiano di Fossoli, per poi essere destinati ad Auschwitz. Per i nazisti che, per ordine di Hitler, avevano nel mirino 8.000 ebrei - la comunità ebraica contava infatti all’epoca 10.000 unità – quella missione era stata un insuccesso. Per la comunità ebraica, drammaticamente violata, rappresentava una tragedia inenarrabile. Per Roma, una ferita insanabile. Per lo Stato italiano, una delle pagine più vergognose della sua storia. A rendere ancora più doloroso il sacrificio, la tribolazione e il martirio di tanti innocenti, fu l’azione dei fascisti, che  nonostante non avessero partecipato direttamente a quell’operazione, si macchiarono in seguito di altro dissennato crimine: la denuncia della presenza di ebrei in cambio di denaro: 5.000 lire era il prezzo per un uomo, 2.000 per le donne e 1.500 per i bambini. Delle 1.259 persone catturate in quella retata, soltanto 16 sopravvissero. Di questi, 15 erano uomini. Tornò a casa una sola donna, che porterà per sempre negli occhi e nel cuore il peso di quell’orrore. Dei 207 bambini deportati, non si salvò nessuno.

Nasce oggi

Charles Leclerc nato il 16 ottobre 1997 a Monte Carlo (Principato di Monaco). Pilota automobilistico, attualmente è attivo in Formula 1 con la Ferrari. Soprannominato l’enfant prodige, è il primo pilota monegasco ad aver vinto un Gran Premio di Formula 1, nonché il pilota più giovane della storia ad aver vinto un Gran Premio al volante di una vettura della scuderia di Maranello.