Massimo Pascale
Massimo Pascale

Arezzo, 16 luglio 2019 - La neve lo ha rallentato ma non lo ha fermato. I fiocchi bianchi ai piedi del Monte Bianco, in questa estate con il clima impazzito, hanno solo rinviato di qualche ora il coronamento della sua impresa sportiva. Massimo Pascale, 35 anni, operaio di origini lucane ma residente a Capolona da una quindicina d’anni è partito venerdì all’alba da piazza Grande con la sua bicicletta da corsa: obiettivo arrivare in 72 ore fino alle pendici del tetto d’Europa che stamani finirà di scalare a piedi, partendo dal lago Combal.

Una sosta necessaria per le proibitive condizioni meteorologiche degli ultimi due giorni, un ritardo che non cancella un’avventura da quasi 700 chilometri in bicicletta con il supporto di alcuni amici che lo hanno seguito con il camper in cui si è riposato tra una tappa e l’altra. Ha affrontato prima il Passo della Futa e poi tutta l’Emilia, il Vercellese e infine è arrivato in Valle d’Aosta, il tratto più difficile, tutto in salita.

Pascale, ma chi glielo ha fatto fare?
«La voglia di mettermi in gioco, di spingermi un po’ più in là del limite, visto che sulle lunghe distanze mi trovo bene. È stata un’esperienza bellissima che mi ha permesso anche di conoscermi meglio. Anche se ora manca l’ultima parte, con una guida alpina per 16 chilometri a piedi con 3000 metri di dislivello (la concluderà stamani, ndr). Non sono mai stato un ciclista agonista ma qualche anno fa mi sono appassionato di mountain bike e ho scalato anche il Monte Amiata. Da quel momento lì ho iniziato a pensare a una sfida del genere».

Un ritmo quasi da professionista, in nemmeno 100 ore ha macinato centinaia di chilometri...
«Mi sono preparato abbastanza bene, anche se i ritmi di lavoro mi concedono poco tempo libero: un paio di mesi fa ero già arrivato fino a Reggio Emilia per vedere se ero in grado di farcela. È andata molto bene e mi sono deciso a tentare di arrivare fino al Monte Bianco».

Cosa le ha dato la forza di affrontare una fatica del genere?
«Il supporto degli amici che mi hanno accompagnato per buona parte del percorso con il camper: con me c’era anche un fisioterapista che mi ha aiutato a recuperare energie. Ma la cosa più importante è la letterina che mi ha scritto mio figlio Matteo di 11 anni, l’aprirò solo all’arrivo sulla cima del Monte Bianco. Spero di essere diventato un esempio per lui, la vita di oggi non insegna più il valore della fatica ai nostri giovani...».

Adesso forse si riposerà un po’. Ha in mente un’altra ‘pazzia’ da fare in sella alla sua bici?
«In verità c’è ma ancora voglio ancora tenermela per me perché sarebbe davvero un’esperienza irripetibile...».