Buti (Pisa), 27 dicembre 2017 - Un processo a questo punto, probabilmente chiarirà se erano davvero quelle le volontà del campione di ciclismo butese Cesare Del Cancia, morto nel 2011. O se invece, come sostiene la nipote Maria, 86enne e battagliera, attraverso il suo legale, quel testamento olografo, è "palesemente un falso". Intanto il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa Pietro Murano ha accolto l’opposizione all’archiviazione – presentata dall’avvocato Rolando Rossi nell’interesse della signora Maria – e disposto l’imputazione coatta nei confronti dell’altra nipote Fernanda Del Cancia, 70 anni, che esibì un testamento in cui veniva indicata come erede universale dei beni dello zio: un patrimonio di svariati milioni di euro, grazie a case, terreni e molta liquidità.

Alla 70enne vengono contestati i reati previsti dagli articoli 485 e 491 del codice penale: falsità in scrittura privata e falsità in testamento olografo. Ad innescare il tutto è stata la querela di Maria. «Stiamo aspettando la citazione diretta a giudizio – spiega l’avvocato Rolando Rossi –. Dopo la decisione del Gip gli atti sono tornati in Procura. Nel 2018, in tribunale si aprirà un processo». Tutta la vicenda ha rischiato – come spiega l’avvocato Rossi – di finire sotto la pietra tombale della prescrizione. Invece è passata l’ipotesi secondo la quale il momento in cui si è consumato il reato è quello della pubblicazione del testamento olografo, redatto il 12 maggio 2008. Pubblicazione avvenuta dopo la morte del campione.

Ma chi era Cesare del Cancia? Butese, morto alle soglie dei 96 anni, Del Cancia è stato una gloria del ciclismo già prima della Seconda guerra mondiale. Del Cancia passò professionista alla fine del 1935 e fece in tempo a gareggiare con Binda, Guerra e Girardengo. Naturale avversario di Bartali e Bini, risultava essere la più vecchia maglia rosa vivente in quanto indossata il 9 maggio 1938 a Santa Margherita Ligure. Nella sua storia sportiva ci sono passaggi e vittorie che ne fanno un vero campione.

Nel 1935 con la Ganna, vinse due classiche del tempo: la Milano-orino e la Tre Valli Varesine e la stagione successiva la Milano-Sanremo, una tappa al Giro d’Italia e il Giro dell’Emilia. Nel 1938 furono due le tappe conquistate nel Giro d’Italia, oltre al Giro del Lazio. Prima dello stop per la guerra ottenne qualche piazzamento, mentre nel dopoguerra cambiò squadra, passando alla Welter, ma non ottenne più i risultati di un tempo e terminò la carriera.

Del Cancia, però, non si sposò mai. La sua, una volta appesa la bicicletta al chiodo, è stata una vita piuttosto riservata, tutta dedicata al lavoro nella segheria aperta con i fratelli nelle stesse stanze il cui il padre aveva gestito un mulino. Non aveva mai dimenticato i giorni eroici della gioventù, dei successi, delle corse con il cuore in gola per lo «strappo» finale agli avversari, ma aveva saputo crearsi un’altra vita dove il lavoro era diventato l’elemento centrale: aspetto questo grazie al quale aveva accumulato un discreto patrimonio. Quello sul quale, oggi, a sei anni dalla morte del campione, due nipoti si trovano a duellare a suon di carte bollate.

Un duello iniziato, di fatto, un attimo dopo la pubblicazione del testamento quando la designata come unica erede non ritenne di dover cedere pezzi di quella ricchezza. A riaprire la partita c’ha pensato l’altra, la signora Maria, decisa a provare che quel testamento è «fasullo nei contenuti, contraffatto nella firma».