REDAZIONE PRATO

Denuncia del Sudd Cobas: "Un esposto in procura contro il chiudi e riapri"

Il sindacato ha indetto una manifestazione per domenica primo dicembre con partenza dalla Welltex di via Galvani. "Seguirà un presidio permanente".

Il Sudd Cobas all’attacco frontale contro il sistema del "chiudi e riapri" che molte aziende del distretto parallelo usano da molto tempo per eludere controlli, fisco, contributi e doveri nei confronti dei lavoratori. I sindacalisti, che da anni denunciano il fenomeno di sfruttamento degli operai stranieri da parte soprattutto di aziende a conduzione cinese, domenica primo dicembre scendono in piazza con nuove mobilitazioni per accendere i riflettori sul meccanismo consolidato a Prato.

In particolare, Sarah Caudiero annuncia "il corteo che faremo domenica primo dicembre alle 14.30 partendo dalla Welltex in via Galvani per poi muoversi di fronte alle ditte collegate a quelle tre che sono ’sparite’ dopo le segnalazioni dei lavoratori all’Ispettorato del lavoro. Poi "istituiremo anche un presidio permanente". E aggiunge: "Intanto stiamo predisponendo anche un esposto che presenteremo la prossima settimana in Procura". Secondo il sindacato, infatti, è "necessario fare delle indagini appropriate per affrontare il tema che è molto complesso e per capire chi sono i datori di lavoro, la truffa a chi viene fatta e il danno nei confronti dello Stato". In particolare il Sudd Cobas parte dai casi rappresentati dai lavoratori - in tutto 9, di cui 8 pakistani e uno afgano - della stamperia Arte93, della tessitura Sofia e di Moda Oro". La sindacalizzazione nella stamperia Arte93, come scriveva il sindacato in una nota, "era nata a partire dal rifiuto dei lavoratori di firmare dimissioni fittizie volute dall’azienda nel quadro di una ormai nota operazione ’chiudi e riapri’ per evitare di pagare contributi e tasse e per proteggersi da eventuali sanzioni. Precedentemente la Arte93 era la Eco srl (ditta a cui tutt’ora sono intestati i contratti dei lavoratori)".

Il meccanismo che il sindacato vorrebbe scardinare trova lo spunto da questi esempi, in cui "dopo le segnalazioni dei lavoratori e la reale ispezione dell’Ispettorato del lavoro, le aziende sono sparite, chiudendo e riaprendo con altri nomi e di fatto partendo da zero. Il che ha significato cancellare i contratti dei lavoratori, anche nel caso di contratti indeterminati". Sono gli stessi lavoratori a raccontare le loro esperienze nelle tre aziende di fatto sparite, ricomparse sotto altre spoglie ed altri nomi. Come quelli che raccontano di essere stati regolarizzati, ma dopo meno di un mese l’azienda era sparita con tutti i macchinari. Oppure un altro parla della sua esperienza e di aver chiesto un aumento al datore di lavoro o comunque di cambiare il suo livello: la risposta è stata di andare via e che i cinesi non fanno contratti. I protagonisti di un sistema da scardinare vanno dalle "teste di legno che mettono a disposizione la propria identità per un valore di 5-6mila euro, ad agenzie che affittano i capannoni – conclude Cauderio – Non dovrebbe essere così poi molto semplice cambiare i contratti d’affitto cambiando la ragione sociale, a meno che non ci sia il sostegno da parte di una serie di soggetti".

Sara Bessi