Il piano regionale spacca le cave. Imprese ok, sindacati perplessi

La Cgil: "Il 5% in più di escavazione, scelta incomprensibile". Gli ambientalisti: "Una resa alle pressioni"

Il piano regionale spacca le cave. Imprese ok, sindacati perplessi

Operai al lavoro in una cava di marmo sulle Alpi Apuane

MASSA CARRARA

L’industria ha fame di terre e rocce: da scavare, rompere e frantumare in gran parte. A volte le montagne vengono affettate in grandi blocchi pregiati per usi definiti ‘ornamentali’ e venduti sul mercato a peso d’oro. Oro bianco, soprattutto, quando si parla delle Alpi Apuane. I giganti meccanici in azione sui 98 comprensori attivi su tutta la Toscana dalla pandemia sono tornati a macinare la terra. In alcuni bacini tanto da sforare, in un ipotetico lungo termine statistico, le previsioni stabilite dal Piano regionale cave. Vengono chiamati ‘obiettivi di produzione sostenibile’. Il tempo a disposizione è di 20 anni, dal 2019 al 2038.

In questi mesi gli uffici di Firenze hanno estrapolato i dati dei volumi estratti nei primi 4 anni dall’entrata in vigore degli obiettivi stabiliti dal Piano regionale cave. Il risultato è che diversi comprensori potrebbero raggiungere troppo presto il limite stabilito al 2038. Ed ecco che sulla spinta di imprese e amministrazioni comunali, la Regione ha deciso una revisione al rialzo attraverso una variante di aggiornamento al Prc. Si parla del 5 per cento. Letto così sembra un valore ‘minimo’. Tant’è vero che la giunta regionale ha avviato l’iter per una variante semplificata. Ma se si applica il 5% a 20 anni di estrazione e ai volumi concessi, allora i numeri cambiano e fanno infuriare ambientalisti, politica, anche alcuni sindacati, ma gongolare gli industriali.

Passiamo ai numeri. Il totale di escavazione concesso dal Prc in 20 anni è di quasi 180 milioni di metri cubi su tutta la Toscana. Gli ornamentali delle Apuane pesano per circa 47 milioni, di cui attorno ai 33 milioni a Carrara. Ecco che il 5% in più sul totale vorrebbe dire concedere altri 9 milioni di metri cubi circa e la ‘quota’ che dei volumi sulle Apuane si aggira sui 2,35 milioni di metri. Poi ci sono le altre pietre ornamentali, quasi 14 milioni di metri cubi già concessi, altri 86,7 milioni per costruzioni e 30,96 per usi industriali.

Il marmo delle Apuane è finito subito al centro dell’attenzione. Carrara è il bacino più importante della Toscana, ma è ben lontana dai valori limite di escavazione che potrebbero fargli superare la soglia: per ora ci si attesta al 75% su base annuale. A superare gli ‘obiettivi’ potrebbero essere invece i Gessi Pisani, gli inerti del Valdarno, i calcari di turrite secca a Molazzana in Garfagnana e gli inerti di Poggibonsi. E’ per questo che politica, ambientalisti e sindacati sono insorti. Su Carrara la sindaca Serena Arrighi prova a smorzare gli animi: "L’eventuale aumento del 5% sarà utilizzato solo per la messa in sicurezza del territorio e per favorire l’asportazione delle terre dal monte". Il segretario Cgil Toscana, Rossano Rossi, ha definito la scelta "incomprensibile, che contrasta con la necessità di creare un nuovo equilibrio tra ambiente e lavoro, attraverso il controllo dell’escavazione e il potenziamento della filiera locale. Se il problema è legato solo ad alcune piccole cave, per quale motivo approvare una norma che incide su tutto il settore?".

"Si tratta di una resa alle pressioni delle imprese e di un atto di abdicazione della Regione rispetto alla sua potestà di pianificare e programmare in modo sostenibile le attività estrattive in Toscana", ha attaccato il presidente di Legambiente Toscana, Fausto Ferruzza.