Giorgio Albertazzi
Giorgio Albertazzi

Firenze, 16 maggio 2016 - Il sogno, perché ovviamente di questo si tratta, sarebbe di mettere in scena Giulietta e Romeo interpretato da due vecchi. Da me e da Valeria Valeri. Per farlo alla rovescia e in qualche modo iniziare dalla fine. Esiste qualcosa di meglio dell’età matura per studiare i sentimenti? I vecchi hanno un po’ capito la vita, non tanto ovviamente. Ma un po’ sì. Forse per potersene andare con serenità, consapevolezza e amore». Il caminetto acceso una poltrona di pelle maneggevole, pratiche rotelle, la televisione sui programmi che tutti i giorni entrano nelle case, fanno compagnia al bel vecchio leone un po’ stanco. Giorgio Albertazzi, 93 anni, sente che sono dietro di lui e quasi non si gira. Mi saluta come se fossi uscita all’improvviso dalla stanza accanto. «Mi interessa questa cosa del cibo – sorride – il mangiare è diventato oltremodo importante. Guarda che fanno, non me lo sarei aspettato». Un saluto, un bacio: l’anima poetica ancora una volta sa scindere la, diciamo, stupida ritualità di gesti quotidiani – che paradossalmente passano per imprescindibili insegnamenti, come lo stare ai fornelli – con qualcosa di assoluto. Perché Giorgio Albertazzi in vita sua non ha mai detto, ma soprattutto mai pensato, niente di banale.

Cioè ora Maestro le interessa la Clerici?

«Perché no? Vedi cosa è riuscita a mettere insieme. C’è un sacco di gente che la vede, un motivo ci sarà. Il cibo è un codice preciso, non fermarti alle apparenze». Alza la testa e sorride a Pia. Il suo motore, la sua forza leale, protettiva e spontanea. Pia: non c’è ripetizione per chi riesce a crescere ogni giorno nell’amore assoluto. Per chi non si accontenta di se stesso e, instancabile, ritocca e corregge. L’antidoto più sicuro è l’attenzione, essere presente. Essere. Il buen ritiro del Maestro Albertazzi è oggi la Maremma. Tra asini, cani, cavalli, alberi e rose rosse che sembrano di velluto, camelie e un enorme prato verde. Si amano, Giorgio e Pia: l’unica ragazza che lo ha fatto capitolare a 84 anni davanti a Veltroni nella chiesetta sconsacrata di Caracalla a Roma. Era il 2007, lei ne aveva 48 di anni e stavano insieme già da 26. Davanti al fuoco acceso in una casa grande e colorata, ariosa e piena di luce, nella tenuta dei Tolomei di Lippa, la famiglia di lei, il Maestro parla.

Come vive questo periodo senza teatro?

«Sto andando via, lo so benissimo. Lo so e lo sento, e non me lo nascondo».

Cosa vuol dire Maestro?

«Che ho il coraggio di dire che sto morendo. Come fai a essere meravigliata? (Sorride). Perché, non è la verità? Non giriamoci intorno, dài. Che vuoi che sia. Io non ho paura e non è una cosa strana. Semplicemente la mia vita è alla fine. Sto su questa sedia, ho l’età e non ho forze Non ho bisogno di medici che me lo dicano. Non ho bisogno di farmaci che mi illudano. La vita è fatta così. Inizia e poi finisce».

Avevo capito che avesse scritto un nuovo testo.

«Sì, forse dovevo, ma non ora, no. Non ho voglia e sono stanco. E non mi va di cantare le lodi di una prestanza che non ho più, né di negare la decadenza che avanza, o santificare la potenza dell’uomo, come se avere un certo potere intellettuale sterilizzasse tutto. Ho già abbandonato etica ed estetica, miseria e nobiltà, crimini e misfatti. Ora la Milly Carlucci che si sta occupando di me, una troupe della Rai è stata qui e tornerà. Ho scritto testi con Maddalena De Panfilis: sarà uno speciale che durerà molto».

Come si intitola?

«“Vita morte e miracoli”. Ma il vero miracolo sarebbe trovare il modo di rimettere in movimento le gambe, perché a forza di stare seduto credo sia peggio. E poi tutti mi reggono, mi sostengono, come se fossi un re. Alla fine, se continuano così non mi alzerò più. Immagino interessi alla televisione questa idea di Albertazzi defunto, di una trasmissione alla vigilia del suo silenzio, prima del momento del trapasso».

Veramente Albertazzi tutti lo pensano parecchio vivo.

«Davvero? Non credo che di là ci sia il vuoto assoluto. Il bello della vita è anche la certezza di non sapere cosa c’è dall’altra parte. Nessuno è mai tornato dal quel posto, e se è tornato non è nei nostri sensi e non lo abbiamo capito. Mi capita di pensare spesso, ostinatamente a mia madre come una presenza benigna e affettuosa. A volte ho come l’impressione di avere dei segnali quando non me l’aspetto».

Un messaggio?

«È bello che l’uomo sia anche così, come una sfera, di una qualità piu sottile. E che vada oltre ai cinque sensi è una pulsione interessante. Chi gliel’ha detto, all’uomo, di Dio?».

Maestro Albertazzi ha un rammarico, un conto in sospeso?

«Shakespeare, Adriano e Dante per me sono stati e sono una ragione di vita. Avverto tutto questo e lo soffro. Sono un uomo che ha vissuto molto in superficie senza mai essere, in realtà, un superficiale. Ma Firenze non la perdono. O meglio, chi la gestisce».

Cosa è successo?

«Chiedo se sia possibile per me, fiorentino, e anche per Franco (Zeffirelli) non si sia trovato posto nei teatri della nostra città. La città dove siamo nati e dove abbiamo lavorato. Hanno affidato la prosa, il teatro a tutti a Firenze, meno a che a me, a noi. Da anni e non da ora. Non è una bella cosa. Dopo aver diretto il Teatro di Roma, mi promisero cose che poi tutti hanno preferito dimenticare. Insomma, non è stata una bella cosa».

Maestro, lei merita gli onori da un Paese, anche per quest’Italia ingrata e smemorata. L’arte servile non è per lei.

«Ormai per la gente l’antico è decrepito: dovunque in Italia i giovani mi seguono, mi aspettano, perché hanno capito che tra i classici non si invecchia. Io vado a trovarlo Dante, non lo costringo al presente. Volevo rappresentare la caducità dell’uomo nella mia città, non ci sono riuscito. Ogni cosa che comincia è destinata a finire, anche l’avversione». Bisogna essere irrequieti come Albertazzi: bisogna viverlo con un certo fervore il tempo, come fosse tutto utile, tutto buono, necessario come Pia. E avere in cambio quel che si ha donato, cioè amore.