La direttrice de La Nazione Agnese Pini
La direttrice de La Nazione Agnese Pini

Firenze, 18 aprile 2021 - Vi chiedo: è sufficiente "confidare nella magistratura"? Questa frase è diventata il supercalifragilistichespiralitoso del garantismo miope, ovvero quello che tutela l’indagato – e fa bene, anzi benissimo – ma schiva con estrema abilità domande, richieste di spiegazioni, imbarazzi. E in tal caso fa male, anzi malissimo. Mentre la Toscana si svegliava giovedì mattina travolta da tre inchieste che disvelavano presunte e inquietanti infiltrazioni di ’ndrangheta fin nel cuore del potere – indagati, tra gli altri, una sindaca, un consigliere regionale, il capo di gabinetto della Regione – è accaduto questo: pubblici amministratori, segreterie di partito (il Pd, nella fattispecie) e capi politici vari si sono trincerati dietro dichiarazioni pallide, inconsistenti, inaccettabili.

Soprattutto a fronte della gravità di quanto emerso: tutto da verificare, ci mancherebbe. Ma le accuse sono troppo pesanti perché la politica non prenda posizioni nette in attesa dei tempi della giustizia, del lavoro dei magistrati, della fiducia nelle procure. C’è, nel caso-Toscana, una questione politica che vale tanto quanto quella giudiziaria. E la risposta alla questione politica oggi, quattro giorni dopo lo scoppio dell’inchiesta, non è arrivata. Non tanto ai giornali, quanto ai cittadini.

Il tutto a fronte di accuse su tematiche – mafia e potere, ambiente, rifiuti, appalti, strade – che hanno così profondamente a che fare con il loro quotidiano. Finora l’unico provvedimento preso è stato sospendere le funzioni del capo di gabinetto della Regione, Ledo Gori, che per altro non è un politico. Mentre la sindaca Pd di Santa Croce sull’Arno, Giulia Deidda – indagata per associazione per delinquere – ha ritenuto sufficiente, a fronte dell’enormità dei fatti squadernati dall’inchiesta, affidare a uno scarno post su Facebook l’annuncio a cittadini ed elettori circa il suo coinvolgimento, trovando il sostegno accorato e commosso di molti compagni di partito, anche di spicco. Stesso silenzio dal consigliere regionale Pd Andrea Pieroni (indagato per corruzione).

È davvero accettabile, tutto ciò? A quanti, dal centrodestra, mi facevano maliziosamente notare nei giorni scorsi che l’inchiesta in questione avesse colpito duramente il Pd, ho risposto ciò che pensavo e continuo a pensare: la mafia corteggia la politica laddove detiene il potere. In Lombardia le inchieste di ’ndrangheta hanno toccato il centrodestra, in Toscana non potevano non toccare il centrosinistra. Questo a riprova del fatto che la moralità e la salute delle istituzioni non hanno che fare con il colore partitico. Però è dai partiti, e quindi in questo caso dal Pd, che dobbiamo pretendere chiarezza.

Basta con le zone grigie, a maggior ragione dopo quello che abbiamo letto e scritto in questi giorni. Basta frasi fatte, supercalifragilistichespiralitose considerazioni sui tempi della giustizia. Perché c’è un qui e ora – smaltimento rifiuti, strade costruite con scarti tossici, falde potenzialmente inquinate, leggi stravolte – di cui deve occuparsi la politica. Di qualunque colore sia.