Agnese Pini
Agnese Pini

Firenze, 8 dicembre 2019 - Caro Maurizio Maggiani, le confesso: è una mezza impresa scrivere di Firenze, anche per me che mi trovo a dirigere un giornale certo toscano e ligure e umbro, ma fiorentino fin nel midollo, e si sa che toscanità e fiorentinità sono cose ben diverse. Scriverne con acume critico, come ha fatto lei nella lettera che ha inviato a La Nazione e che ieri abbiamo pubblicato su queste pagine, è tanto più difficile. Ma proprio per questo era necessario che io le rispondessi, e provo adesso a farlo. I fiorentini sono fatti così: sono i primi che berciano sulla loro città amatissima, che la criticano, che la maltrattano. Ma guai se qualcuno, forestiero o turista o pellegrino che sia, si azzarda a dirne qualcosa di scortese. Guai.

A un fiorentino, se vuoi fargli torto, parlagli male di Firenze: lo lascerai prima avvilito e poi infuriato, e te lo farai per sempre nemico. Salvo riconquistarlo con un sorriso gentile. È di chi sa amare visceralmente questa capacità di infervorarsi e subito dopo di perdonare, con dentro un vago senso di colpa e tristezza, e Firenze – «metafisica bellezza», così lei ha scritto – è campionessa di questi slanci sentimentali. Con tatto però, e con le parole che lei sa usare così bene, è giusto mettere in luce ciò che non va. E per questo la ringrazio: raccontandoci di una città «attraversata da una vaga brama di rapina» nei confronti di turisti e avventori, lei ci ha dato l’occasione per fare un po’ di mea culpa. Firenze è in trasformazione, e dietro ogni grande trasformazione c’è una crisi: la crisi a Firenze è nata non dal turismo di massa (che in fondo porta soldi e ricchezze, non dimentichiamocelo), ma dall’uso improvvisato che di quel turismo è stato fatto.

È nata dunque dallo spopolamento, dall’abbandono sistematico che negli ultimi anni si è consumato nelle strade del centro usurpate pietra dopo pietra da hotel prima, da b&b e case vacanza poi, e quindi da paninari, pizze al taglio, caffè alla un-tanto-al-chilo e via discorrendo in amenità varie che hanno trasformato il centro storico in un centro commerciale. Il tutto tra secolari capitelli, bronzi e marmi, logge, tracce michelangiolesche, impronte leonardesche, architetture vasariane: una bellezza tale, insomma, che dovrebbe costringerti a camminare solo con la testa puntata verso l’alto. E invece, purtroppo, il lusso di vagabondare con gli occhi al cielo (come suggeriva il da Vinci) Firenze non lo dà più. Ora: non è detto che questa trasformazione non approdi a qualcosa di grandioso, ma per far sì che ciò avvenga occorre saper fiutare il vento nella direzione giusta, e sfruttare il cambiamento senza lasciarsene travolgere.

La sensazione è che spesso questa città (come molte in Italia), non riesca a cogliere la spinta che potrebbe portarla più lontano e magari, chissà, a un nuovo Rinascimento. Io, per esempio, vivo in un quartiere meraviglioso, a ridosso del centro storico ma ancora preservato dalla ingestibile fiumana ripartita fra fast food, code museali e minimarket di chincaglie. Eppure: una libreria (cosa ormai preziosa e rara, sigh!) a due portoni dal mio ha sentito il dovere di affiggere in vetrina un avvertimento anti turisti distratti: «No food no wine». Segno dei tempi che corrono: se non è cibo, a Firenze ormai nulla fa più bottega. La grande bellezza necessita di orgoglio e cura, il business insegue solo mode commerciali destinate a sfumare in fretta, ma a lasciare per sempre i segni sulle città che travolge. Anche io ho amato e amo molto Firenze e anche io, come lei, non sono fiorentina. Forse a chi viene da fuori come noi, a chi come noi non ha un legame di sangue con questa terra, risulta meno angoscioso provare tristezza o indignazione di fronte alle tante complesse contraddizioni della città.

Le città sono cose vive, e sì: hanno tutto il diritto di cambiare. Ma il prezzo da pagare non deve essere l’anima, e le nostre capitali d’arte (non solo Firenze: vogliamo parlare di Venezia, di Roma, di Napoli?) se la stanno ipotecando mattone dopo mattone, l’anima. C’è chi strenuamente la difende, a Firenze più che mai. E se un fiorentino protesterà di fronte alle sue critiche trovandole magari ingenerose o ingiuste («qui – lei ha scritto – si paga anche per pregare»), sotto sotto non potrà che darle ragione.

Noi su La Nazione raccontiamo tutti i giorni la voce di chi ribolle dentro a veder rotolare via tradizioni e ricchezze dello spirito più che del portafogli, e quelle proteste di gente comune che trovano spazio sul nostro giornale suonano quasi sempre come previsioni di Cassandra: «Ah, se si va avanti così...». Ma se i giornali servono ancora a qualcosa, a fare critica, a fare opinione, a lanciare sfide, allora io mi auguro questo: che altri come lei decidano di scriverci cosa pensano di questa città in trasformazione. Nel bene e nel male. Perciò vogliamo provare a dare su La Nazione la parola agli scrittori, che più dei giornalisti possono guardare lontano: perché l’arte ha questo di buono, può permettersi di sognare. La cronaca molto meno.