Il Parlamento (Ansa)
Il Parlamento (Ansa)

Firenze 13 gennaio 2021 - Quando attorno alle 18.20 Matteo Renzi  descrive i comportamenti di Conte per i quali sta per aprire la crisi di governo, i più maligni, nell'anno consacrato a Dante, pensano al peccato dell'invidia. E forse non cambieranno idea, col passare dei minuti, benché il discorso dell'ex premier risulti infarcito di contenuti, di critiche mirate, di osservazioni condivise forse da tutto il Paese non schierato per i partiti.

L'ex premier rimprovera al successore indiretto (ci fu Gentiloni, a far da ponte) l'uso inappropriato di decreti; l'assenza dal dibattito sul bilancio in Senato per dedicarsi, in quelle stesse cruciali ore, a una conferenza stampa; e infine  il reiterato, ridondante affidarsi ad esperti e task force anziché coinvolgere il Parlamento. E ai maligni di cui sopra  pare che a irritare Renzi non siano tanto quegli atti, che forse  volentieri si intesterebbe, ma semplicemente chi li compie.

Invidia, appunto. Invidia di non essere lui in quel ruolo. E ci sia invece un parvenu che rischia di completare da premier l'intera legislatura. Record, che perfino la Dc trionfante,  litigiosa e pluricefala degli anni ruggenti, segnava per sé come partito di maggioranza o titolare monocolore dei governi, ma non concedeva ai suoi leader, sostituiti a scena aperta a palazzo Chigi o spediti alle urne con la certezza che lo scudocrociato avrebbe comunque rivinto. Secondo chi vorrebbe vedere Renzi nel buio dell'indifferenza, anziché lì, in diretta tv a reti unificate, l'ex premier non digerisce quel Conte che si fa forte della sua debolezza: non ha un partito, non  ha parlamentari propri, non ha passato, eppure... Il retropensiero dei detrattori  va agli obiettivi indiretti che il leader di Italia Viva perseguirebbe (ministero per sé e la Boschi, visibilità internazionale per un ruolo nella Nato) e non sarebbero altro che la foglia di fico per impedirgli di ammettere la realtà.

Renzi accusa Conte e poi il suo governo, in cui pure ha tre rappresentanti. La pars destruens è un rosario di mancanze, di violazioni della Costituzione che cinque anni fa proprio lui voleva rivoluzionare. La pars construens, propositiva e liberatoria, sono le condizioni dell'Italia in pandemia: traballante nelle incertezze che la minacciano dalla scuola agli ospedali, dal lavoro che manca, alle famiglie che annaspano. E lui, Conte, nella ripartizione dei miliardi del recovery non coinvolgerebbe l'Italia per il tramite dei suoi rappresentanti eletti in Parlamento, ma restringerebbe a pochi, da nessuno eletti se non da lui, il privilegio di destinare quelle ricchezze  che mai più torneranno, così tante e a buon mercato.

Qui, Renzi rivela una sensibilità istituzionale che forse gli varrebbe consensi nel Paese, nella gente che - non necessariamente malpensante - vede nel governo dell'intero mondo di questi mesi disgraziati e reietti, le prove generali di una libertà destinata a non tornare. E i detrattori a rimproverargli le percentuali da prefisso telefonico  che Italia Viva ha nei sondaggi. E i suoi difensori - o semplicemente avversari che ancora lo temono - a fare i conti del peso elettorale che hanno le quinte colonne  lasciate da Renzi nel Pd e che al momento giusto.

Illusione che pare svanire alle 20.18, quando le agenzie battono che Andrea Marcucci definisce "grave errore" quello di Renzi, auspicando tuttavia che il dialogo e il confronto siano ancora percorribili, perché all'Italia serve un "governo politico coeso".

Anche tu Bruto? Fra chi si rallegra che anche il sodale di mille battaglie rimproveri l'ex leader e chi legge piuttosto in quelle frasi l'invito se non la speranza a non rompere per sempre, affidata a un lessico da primissima repubbiica (confronto, dialogo), si dissolve la scena sul governo, messo in crisi dal suo azionista minoritario più agitato e spregiudicato. Ricomposizione, urne, processo in aula in stile Salvini agosto 2019? Tutto è nelle mani di Conte. Renzi ha riavuto la scena che ama. Nessuno crede che sarà l'ultimo spettacolo.