Il teatro Petruzzelli e le immagini della devastazione del rogo
Il teatro Petruzzelli e le immagini della devastazione del rogo

Firenze, 27 ottobre 2021 - Era l’ottobre del 1898 quando si pose la prima pietra del Teatro Petruzzelli di Bari, simbolo e massimo contenitore culturale del capoluogo pugliese. I lavori di quello che era destinato non solo a togliere a Corato il primato del più grande teatro di Puglia, ma a diventare il quarto teatro italiano per dimensioni e il più grande teatro privato d’Europa, terminarono nel 1903. Cosa avveniristica per l’epoca, era dotato di riscaldamento e luce elettrica. Il pubblico rimase incantato quando si ritrovò ad ammirare i suoi interni, decorati in oro zecchino e affrescati da Raffaele Armenise.  Il sipario si alzò per la prima volta il 14 febbraio del 1903 sulla messa in scena del capolavoro di Meyerbeer, Gli Ugonotti. Per ironia della sorte, l’ultima opera ad essere rappresentata prima che, nella notte tra il 26 e il 27 ottobre 1991, il teatro venisse devastato da un violentissimo incendio doloso, è stata una replica della “Norma” di Vincenzo Bellini: opera che termina proprio con un rogo.

Solo il collasso della cupola, che crollando è riuscita in gran parte a soffocare le fiamme, ha impedito di fatto la totale distruzione del Petruzzelli. Alle prime luci dell’alba del 27 ottobre 1991, Bari era avvolta da un’atmosfera irreale. In quella drammatica notte, che rimarrà nella memoria di tutti gli italiani, quel terribile incendio era riuscito a devastare in poche ore il cuore culturale della città. Cenere e macerie: questo era quel che rimaneva di uno dei teatri più prestigiosi e rinomati della storia d’Italia. Che aveva ospitato, fin dalle prime stagioni, gli artisti più grandi: Beniamino Gigli, Mario Del Monaco, Renata Tebaldi, Mascagni che vi diresse una sua opera, Von Karajan, solo per citarne alcuni. Essendo un politeama la programmazione spaziava tra i vari generi di spettacolo, ecco perchè sul palcoscenico del Petruzzelli si sono esibiti Wanda Osiris come Totò, Nino Taranto come Macario. E poi Joséphine Baker, Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Milva ne ‘L’opera da tre soldi’ e molti altri.

Nel 1954 fu dichiarato ‘Monumento di interesse storico e artistico’ e sottoposto alla legge di tutela, e nel 1967 ‘Teatro di tradizione’ a riconoscimento dell’alta qualità dell’attività svolta fino ad allora. Dopo quell’incendio, il Petruzzelli venne ricostruito e nel 2009, quasi 18 anni dopo, inaugurato per tornare a nuova vita. "Guardando a questi 30 anni con spirito positivo - analizza il sovrintendete della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, Massimo Biscardi - possiamo dire che il disastro dell’incendio ha determinato un fatto positivo, e cioè che si scegliesse Bari come sede della 14/a Fondazione lirica (nata nel 2003). Una cosa che cambia la vita di una città e di una regione, e che ha consentito in questi anni al Teatro di strutturarsi con suoi musicisti, operai, scenografi e tutte le maestranze, avviando una crescita artistica che non si realizza in pochi anni".

Quello di Bari non è stato l’unico caso in cui il fuoco ha distrutto scrigni d’arte e di storia. Cinque anni dopo l’incendio del Petruzzelli, nella notte del 29 gennaio 1996, un altro rogo doloso colpì al cuore l’Italia: quello che si propagò all’interno della Fenice. Le immagini della struttura devastata dalle fiamme fecero il giro del mondo, così come quelle del concerto sinfonico-corale del 14 dicembre 2003 diretto da Riccardo Muti, che segnava la rinascita del teatro veneziano.

L’anno successivo, nel 1997, nella notte tra l’11 e il 12 aprile, un furioso incendio si sviluppò nella Cappella della Sindone posta tra la Cattedrale torinese e Palazzo Reale. Era divampato a causa di un cortocircuito poco prima di mezzanotte, e solo alle luci dell’alba i Vigili del fuoco riuscirono a domare definitivamente le fiamme. Proprio i lavori furono il motivo del “miracolo”: nonostante i danni ingentissimi riportati dalla cappella barocca seicentesca progettata da Guarino Guarini, e le decine di quadri di valore bruciati nel torrione nord-ovest, la Sindone venne solo minacciata dalle fiamme ma rimase intatta. Era stata trasferita in via provvisoria al centro del coro della Cattedrale, dietro l’altare maggiore, superprotetta con una struttura di cristallo antiproiettile e antisfondamento. Ancora una volta fecero il giro del mondo le immagini drammatiche di quella notte: la teca rotta dai pompieri e la Sindone, il simbolo più alto della Cristianità, portata fuori e messa in salvo. Spostata per timore di un crollo della cupola della Cattedrale, e per evitare i danni dell’acqua degli idranti. Ci sono voluti oltre vent’anni per vedere la reliquia ricollocata nella Cappella.

Nel 2015 andò in fumo un pezzo del patrimonio culturale russo in un gigantesco incendio che distrusse parzialmente un’antica biblioteca dell’Accademia delle Scienze, quella dell’istituto dell’informazione scientifica sulle scienze sociali. Fondata nel 1918, un anno dopo la rivoluzione bolscevica, le fiamme avvolsero una delle biblioteche più grandi del Paese, con oltre 14 milioni di libri e riviste, di cui 10 milioni di opere custodite nell’edificio bruciato. Finì in cenere il 15% degli esemplari.

In piena era social, ancor maggiore è stata l’eco che ha accompagnato il drammatico incendio del 2019, che nel tardo pomeriggio del 15 aprile investì la cattedrale parigina di Notre Dame. Le fiamme divorarono i due terzi del tetto: il simbolo della cristianità in Francia andò in fumo sotto gli occhi di migliaia di persone assiepate lungo la Senna, coi telefoni che immortalavano l’incredibile evento. Milioni di persone, attraverso gli occhi puntati delle televisioni, hanno potuto assistere in diretta al drammatico crollo della grande guglia centrale: fu uno choc per il mondo. Un evento, questo, che a più di qualcuno fece venire in mente, come un brano dal sapore profetico, la pagina in cui Victor Hugo immaginò, con inquietante preveggenza, l’incendio a Notre-Dame: “Tutti gli occhi si erano levati verso la sommità della chiesa – scrisse -. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una gran fiamma che saliva tra i due campanili in un turbinio di scintille…Sotto quella fiamma, due doccioni dalle fauci mostruose vomitavano quella pioggia ardente…sopra la fiamma le enormi torri…le loro innumerevoli sculture di diavoli e draghi assumevano un aspetto sinistro. Il chiarore inquieto della fiamma le faceva oscillare allo sguardo”.

Nasce oggi

Roberto Benigni nato il 27 ottobre 1952 a Manciano La Misericordia, in provincia di Arezzo. Attore, regista e sceneggiatore, è tra gli artisti più noti e apprezzati al mondo. Nel corso della sua carriera è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti, tra cui l’Oscar come miglior attore protagonista nel 1999 per l’interpretazione nel film da lui stesso diretto ‘La vita è bella’, pellicola che si aggiudicò anche l’Oscar come miglior film straniero oltre a quello per la migliore colonna sonora. Nelle vesti di divulgatore ha decantato la Divina Commedia, recitato il ‘Canto degli italiani’, i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana e i Dieci Comandamenti. Recentemente ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera durante la 78esima Mostra del Cinema di Venezia. Ha detto: “Siate Felici! E se qualche volta la felicità si scorda di voi, voi non vi scordate della felicità. Per essere felici deve bastare poco, non deve essere cara la felicità. Se è cara non è di buona qualità”.

Maurizio Costanzo