L'alienazione dell'antisemitismo nelle università americane

Tre presidenti di tre grandi università americane non sanno rispondere a una semplice domanda sull'odio verso gli ebrei

Pecore elettriche
Pecore elettriche

Firenze, 7 dicembre 2023 – “Does calling for the genocide of Jews violate code of conduct or rules regarding bullying or harassment?”, chiede Elise Stefanik, membro della Camera dei Rappresentanti, ai vertici di tre tra le migliori università al mondo. Claudine Gay (Harvard), Sally Kornbluth (Massachusetts Institute of Technology, Mit) e Elizabeth Magill (University of Pennsylvania). “Chiedere il genocidio degli ebrei viola il codice di condotta o le regole in materia di bullismo e molestie?”, domanda insistentemente Stefanik, presidente della Conferenza della Camera Repubblicana, la terza più importante del partito, laureata a Harvard, durante un’audizione congressuale sull’antisemitismo nei campus dei college. È una domanda semplice, almeno in apparenza: sì o no? “It is a context-dependent decision”, risponde Magill a un certo punto: “È una decisione che dipende dal contesto”. In un video immediatamente successivo, pubblicato sui social di Penn, Magill ha spiegato di non essere stata “concentrata, ma avrei dovuto esserlo, sul fatto inconfutabile che invocare il genocidio del popolo ebraico è un appello ad alcune delle violenze più terribili che gli esseri umani possano perpetrare”. Meno male che la presidente Magill se n’è accorta. Anche perché: contesto, quale contesto? Invocare l’“intifada” a quale contesto apparterrebbe? A Harvard ci sono state marce degli studenti durante le quali è stata chiesto di “globalizzare l’intifada” contro Israele, perché è la “rivoluzione” l’unica soluzione. Harvard, celebre università americana, che ha sfornato 8 ex presidenti degli Stati Uniti e 4 degli attuali 9 giudici della Corte Suprema, è al centro di un caso politico dall’inizio dell’attacco terroristico di Hamas. In un primo momento non c’è stato alcun immediato comunicato ufficiale di condanna verso i terroristi, il comunicato è arrivato solo tardivamente e dopo molte polemiche innescate da ex autorevoli studenti di Harvard. In più, decine di organizzazioni studentesche hanno pubblicato una lettera nella quale hanno accusato Israele di essere uno stato colonialista, che ha instaurato un regime di apartheid, di essere interamente responsabile della violenza in corso e di voler sterminare i palestinesi. Le organizzazioni studentesche, composte da un numero imprecisato di studenti, hanno chiamato a raccolta la comunità di Harvard, invitandola a prendere posizione contro Israele. Nel loro comunicato tardivo i vertici di Harvard non hanno mai fatto alcun cenno alle organizzazioni studentesche che si sono schierate con Hamas. Hanno spiegato di avere il cuore spezzato per la morte e la distruzione causate da Hamas e che la comunità di Harvard è tenuta insieme dalla passione per l’apprendimento, la scoperta e la ricerca della verità in tutta la sua complessità nonché dall’impegno a essere rispettosi l’uno nei confronti dell’altro. Il risultato dunque è che mentre le associazioni studentesche prendono posizione, i professori che guidano le università rivolgono irenici appelli all’unità della comunità. Di che cosa rimarrà traccia? Che cosa farà più breccia nella pubblica opinione e forse anche tra gli stessi studenti di Harvard? Che cosa definirà di più Harvard? I deboli comunicati della leadership di Harvard e l’audizione congressuale di ieri o la netta presa di posizione delle organizzazioni studentesche, che manifestano contro Israele? Lawrence Summers, economista, già segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ex rettore di Harvard, ha detto nelle settimane scorse di sentirsi “disilluso” e “alienato” per queste vicende. Summers ha ricordato che il precedente presidente di Harvard, Lawrence Bacow, ai tempi dell’invasione russa si schierò a fianco degli ucraini con una potente presa di posizione, deplorando le azioni di Vladimir Putin. “Per essere chiaro, non c’è niente di sbagliato nel criticare la politica israeliana, passata, presente o futura. Sono stato aspramente critico nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ma questo è molto diverso dalla mancanza di chiarezza riguardo al terrorismo”, ha detto Summers. Essere critici nei confronti del governo di Netanyahu è cosa buona e giusta, ma un conto è attaccare l’esecutivo israeliano, come peraltro larga parte della popolazione, esercito compreso, ha fatto in Israele nell’ultimo anno, anche per la controversa riforma della giustizia; un altro conto è dire che Israele non deve esistere (o lanciarsi in boicottaggi anti-israeliani) invocando l’intifada. Peraltro, non confondiamoci: l’antisionismo nasconde, neanche troppo velatamente, uno strisciante antisemitismo e l’ignavia delle classi dirigenti intellettuali - a partire da chi dirige le università - dovrebbe far indignare la pubblica opinione. Ma l’audizione di ieri insegna che persino le élite universitarie, anche quelle formano i presidenti degli Stati Uniti, sono fortemente sopravvalutate: non più istituzioni di sapere che genera giudizio, ma enti neanche troppo benefici dove ha vinto la politica (e l’alienazione da TikTok).