Menti raffinate e verità parziali che fanno paura

Un mostro collettivo ha agito per 17 anni, dal 1968 al 1985, con efferatezza e solidarietà. Chi lo manovrava e chi lo appoggiava rimane un'oscurità che fa ancora paura oggi.

Rogari

Sparite impronte di scarpe e stivali; sparite le fotografie della macchina fotografica di Nadine Mauriot e del compagno Jean Michel Kraveichvili. Com’è possibile tutto ciò senza la mano di qualcuno in grado di penetrare dove venivano conservati questi reperti?

Non solo. La domanda più angosciosa è: chi sta dietro la trama che presiede ai delitti del mostro?

Perché a questo punto da tempo sappiamo che questa sequela di omicidi non è riconducibile all’opera della mente malata di un omicida seriale.

Il “mostro”, per usare il termine che entrò nel gergo negli anni ’70 per qualificare il responsabile di assassini condotti con efferatezza e senza un movente tradizionale che non fosse la bestialità, in realtà si è profilato nel tempo come un soggetto plurale.

Forse uno solo era l’esecutore materiale.

Ma questi operava su mandato; aveva solidali e complici.

Forse aveva menti raffinate e perverse che lo guidavano. È questo che lascia più sgomenti. Non è il singolo maniaco che ripropone un atto criminoso a seguito di pulsioni oscure e irrefrenabili. È difficile da comprendere da parte delle persone normali, ma siamo consapevoli dell’esistenza di tali esseri malati. Qui siamo di fronte a un mostro collettivo nel quale confluiscono i macellai che si occupano dell’esecuzione materiale e i “burattinai” che li manovrano. Non solo. Questo mostro collettivo ha operato per diciassette anni, dal 1968 al 1985. trovando solidarietà e appoggi potenti. Fa paura ancor oggi pensare che tutto questo sia stato possibile, come fa paura la torbida oscurità della vicenda che si proietta fino ai giorni nostri.

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