Vichi
Una faccia sola per tutta la vita è davvero troppo. Presi in mano una sveglia musulmana, con la suoneria che invocava Allah, cinquanta euro. Che faccio, gliela regalo o no. Il tipo del negozio mi fece un cenno col capo, la vuoi o non la vuoi. No, dissi, c’est trop cher, e la rimisi giù.
Lui alzò le spalle e incrociò le braccia sulla sua grande pancia. Misi le mani in tasca e ricominciai a camminare. Voltai in rue Sorbier scuotendo la testa, ero un idiota, un italiano idiota, non avrei dovuto venire fin qua. Feci il codice e spinsi il portone. Attraversai il primo cortile e misi in bocca una sigaretta, l’accesi, feci due tiri e la buttai, sapeva di metallo. Passai sotto il palazzo e arrivai nel secondo cortile, un pozzo quadrato alto trenta metri pieno di finestre rettangolari, alcune scure, altre illuminate. Mi fermai e guardai in alto, al sesto piano la luce di Aziza era accesa. Feci un bel respiro e m’infilai nell’atrio. Non che lei mi avesse promesso nulla, ma un’ora prima mi sembrava di essere il suo uomo. Salii la spirale delle scale contando i piani. Al sesto mi fermai. Nelle scale una musica Raï s’intrecciava amabilmente con qualcosa di classico. Misi l’orecchio alla porta, sentii ridere. Era lei, Aziza, tunisina, venticinque anni, due occhi neri che brillavano anche nel buio. Ecco, avevo pensato quella cosa da nulla, e mi sentivo un poeta. Che idiota. Comunque decisi di ricordarmi di quella frase, prima o poi l’avrei infilata in un racconto. Al piano di sopra sbatté una porta, e qualcuno cominciò a scendere le scale. Era una donna, un’algerina con un bambino in braccio. Ci salutammo con un cenno, così, solo perché ci eravamo trovati sulle stesse scale. Roba da nulla, ma fu bello. Il bambino mi guardava fisso, con i suoi occhi profondi e il pollice in bocca.
La donna passò oltre e il bambino continuò a fissarmi finché non sparì in basso. Rimasi ad ascoltare i passi che suonavano sui gradini di legno. A un tratto la luce delle scale si spense, e la donna fece un lamento. Andai subito a pigiare il pulsante luminoso e la luce tornò . Dalla tromba delle scale mi arrivò un "merci". Sentii l’algerina che riprendeva a camminare, poi la porta del palazzo cigolò e si richiuse con un tonfo. Ora c’era silenzio, a parte il traffico lontano e l’impasto di musica che sembrava venire dal paradiso. Una risata di Aziza rotolò fino a me, dolce e soffice come cotone spinto dal vento. Non dovevo venire qui. Era meglio andare da Pierre a bere una birra, mi dissi. Invece bussai. Il Raï calò di tono. Dopo un po’ sentii il rumore della chiave e vidi girare la maniglia. La porta si aprì e apparve lei, con un lenzuolo avvolto intorno alle spalle. Si passò con calma una mano sulla tempia, per mandare all’indietro una grande ciocca di capelli nerissimi.
Sulle unghie perfette dei suoi piedi nudi spiccava il rosso dello smalto, come grandi gocce di sangue fresco. Ciao Aziza, scusa se ti disturbo, passavo di qua. I suoi denti abbaglianti sbucarono tra le labbra scure, come il sole da una fessura. Ma no, che dici, non mi disturbi, ma adesso sono occupata, uno di questi giorni ti chiamo. Certo, Aziza, non ti preoccupare, va tutto bene, quando vuoi mi chiami, nessun problema. Lei distese una delle sue lunghissime mani sullo stipite della porta, dondolando un ginocchio carnoso. Mi dispiace sai, ma è sempre meglio che prima di venire dai un colpo di telefono. Ma sì, certo Aziza, era solo che passavo di qua, e allora mi sono detto, perché no. Fingendo di tossire feci oscillare la testa in avanti, un secondo solo, o forse meno, volevo guardare il fondo del suo divano letto. E lo vidi bene. Vidi anche un piede grande e scuro, immobile sul lenzuolo. Mi rimase nella mente netto e chiaro come una diapositiva. Indietreggiai e feci un sorriso.
Ok, allora vado, ciao Aziza, uno di questi giorni ti telefono. Mi arrivò negli occhi un altro suo sorriso, come una luce bianca. Scusami ancora, ma oggi proprio non posso, ti telefono presto. Certo, Aziza, mi farà piacere, magari andremo a mangiare un cous cous in rue Oberkampf, da quel marocchino simpatico che ride sempre, ora devo proprio andare, passa una buona serata. Grazie, anche tu, ciao, ci sentiamo presto. Aziza socchiuse la porta aspettando che me ne andassi, la luce condominiale si spense e lei la riaccese all’istante. In quel momento sentii cigolare il divano letto, e il rumore di una lampo mi grattò le orecchie. Allora ciao, Aziza, divertiti. Ma sì, anche tu, ciao. Mi avviai giù per le scale e mi arrivò il rumore delicato della porta che si chiudeva. Il Raï salì di tono. Riconobbi Cheb Mami, il mio preferito. Rue de Menilmontant era bellissima, scendeva diritta verso il boulevard, piena di luci e di persone colorate. Comprai una pallina verde di marzapane e la mangiai camminando.
(2-fine)